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C’era una volta il professore

La didattica a distanza rappresenta il colpo di grazia ad un sistema scolastico che è un guscio vuoto e iper-burocratizzato le cui sorti non interessano a nessuno. La funzione educativa dell’insegnante è stata progressivamente svilita dalle scelte improvvide di un legislatore sempre più disancorato dalla realtà a cui occorre imputare quella funesta proliferazione di adempimenti che hanno trasformato i docenti italiani in anonimi impiegati dello Stato. Il declino della scuola italiana coincide con il declino del magistero morale e intellettuale dei professori che si è consumato sotto lo sguardo indifferente di una società che non ha mai dato peso alla cultura.

Nella conferenza stampa tenutasi venerdì 26 marzo Mario Draghi ha annunciato ufficialmente che, dopo le vacanze di Pasqua, potranno tornare a scuola gli alunni delle elementari e della prima media. Per tutti gli altri, bisognerà vedere se l’andamento dei contagi ne consentirà il rientro o se, di contro, sarà necessario prolungare la didattica a distanza. Pertanto, per il secondo anno consecutivo, i ragazzi delle scuole superiori si vedranno costretti a subire questa versione caricaturale di istruzione da cui sortisce la totale dissoluzione di quella relazione tra docenti e alunni che rappresenta l’indefettibile architrave di un sistema scolastico. Sappiamo tutti che la scuola è un ambiente sicuro sotto il profilo della diffusività del contagio ma è altrettanto noto che sulla scuola viene traslata l’inefficienza dei trasporti e l’incapacità del ceto politico, locale e nazionale, nell’organizzare un sistema in grado di contemperare due necessità, sicurezza e istruzione, che siamo stati capaci di rendere incompatibili. Due anni di didattica a distanza rischiano di infliggere un colpo mortale ad un sistema che langue già da troppo tempo. Le ragioni di questa involuzione sono molteplici e postulano la necessità di prendere atto che il nostro sistema scolastico è stato calibrato su un tipo di società che si è dissolta da tempo. Come diceva don Milani, “la scuola non è un ospedale che cura i sani e manda via i malati”. Di contro, la nostra scuola continua a registrare un tasso di dispersione in continuo aumento perché nessuno si è mai posto il problema di trattenere in classe i ragazzi nelle ore pomeridiane per farli studiare. La scomparsa della famiglia monoreddito ha provocato, di riflesso, l’inadeguatezza di un sistema che, negli anni, ha assistito passivamente al crollo del profitto scolastico di gran parte degli alunni, sempre più soli e sempre più demotivati. Nessun governo, nessun funzionario e nessun dirigente ha osato chiedersi perché tanti alunni mediocri del passato non sfigurerebbero davanti ai più meritevoli di oggi. Risulta troppo facile deplorare la scarsa concentrazione dei ragazzi a causa dell’uso compulsivo del cellulare o dell’invadenza dei social così come risulta troppo scontato ironizzare sul loro eloquio scarno e stereotipato. Questi sono solo luoghi comuni che non aiutano certamente a capire la complessità del fenomeno. In verità, esiste una sorta di corto circuito all’interno del nostro sistema scolastico che sarebbe delittuoso ignorare e che, anche in piena emergenza sanitaria, continua a lasciare il segno. La causa di questo corto circuito è da ricercare in quella deriva burocratica che, da tempo, ha finito per snaturare la funzione dei docenti i quali, con il passare degli anni, si sono visti onerare di una serie, frustrante e interminabile, di adempimenti che ne hanno fatalmente inficiato il magistero morale e intellettuale. Dietro quella cervellotica congerie di acronimi che sembrano partoriti da menti subumane (Invalsi, Pdp, Pei, Bes, Dsa, Pcto, Ptof, Of, Ddi, Pai, ecc.), si nasconde un mondo composto di procedure, formalismi, delibere che hanno trasformato i docenti in anonimi “travet” ai quali, in modo ossessivo, non si chiede altro che celebrare una vacua liturgia nella quale la crescita culturale degli studenti è diventato un obiettivo del tutto marginale e, talora, perfino pleonastico: in questo mare magno di arido burocratismo, ognuno di essi è destinato ad essere solo un nome, un cognome, una media aritmetica e un giudizio finale: nulla di più. Era questa la scuola prima della pandemia: oggi, è ancora peggio. In questo senso, la didattica a distanza rappresenta il colpo di grazia ad un sistema scolastico che è un guscio vuoto e iperburocratizzato le cui sorti, diciamolo chiaramente, non interessano a nessuno, neppure alle famiglie di cui i docenti tendono, spesso candidamente, a sopravvalutare l’importanza. In fondo, da questa inutile preoccupazione, improvvidamente incoraggiata da un legislatore sempre più disancorato dalla realtà, nasce quella funesta proliferazione di adempimenti che hanno trasformato i docenti italiani in anonimi impiegati dello Stato ai quali, agitando lo spettro dei ricorsi, si chiede solo la premura di non dimenticarsi di firmare l’ennesimo, inutile documento che nessuno leggerà mai. Senza volerlo, la vera funzione della scuola italiana è di essere la metafora di un paese che non ha mai dato grande importanza alla cultura e al sapere. Questa è l’amara verità da cui occorre ripartire se vogliamo essere davvero un paese migliore.

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