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Il complesso di San Vincenzo a Cantù

Ci troviamo di fronte a una delle quattro chiese battesimali della Lombardia arrivate, pressochè integre, sino a noi (ricordo le altre : San Vittore ad Arsago Seprio, San Pietro ad Agliate e Santa Maria Maggiore a Lomello).

Iniziamo la visita di questo famosissimo monumento dalla chiesa che, come la vediamo, è il risultato degli interventi di restauro per ovviare alle azioni distruttive degli uomini, infatti nel 1801 venne sconsacrata e venduta a privati. Ridotta ad abitazione colonica, fu svuotata e risistemata internamente con divisori, soppalchi e stalla. Nel 1835 crollò la navata laterale destra e in fase di restauro di preferì, fortunatamente penso io, non ricostruirla e lasciare in vista la ferita, utilizzando solo delle vetrate come chiusura anche se questa soluzione ha creato poi problemi al microclima interno. Solo dopo l’acquisizione da parte del Comune di Cantù vennero iniziati i primi restauri.

La data della sua consacrazione è il 1007, al termine di lavori di ricostruzione voluti da Ariberto d’Intimiano, all’epoca Suddiacono della chiesa milanese, ma già avviato a diventare nel 1018 Vescovo di Milano.

La facciata, largamente risarcita nei restauri, è semplice e priva di decorazioni, solo tre aperture, a parte il portale, una a croce e una monofora. Il fianco superstite è in ciottoli e pietre grezze con un motivo decorativo composto da un rombo incavato fra i vani delle finestre. Alcune sono murate per far posto al ciclo di affreschi che troveremo all’interno. L’abside si stacca nettamente dal corpo della chiesa ed è percorsa da arcatelle cieche piuttosto larghe che richiamano modelli arcaici.

Entrando in basilica ciò che cattura subito l’attenzione sono gli stupendi cicli di affreschi che si stendono sia sulle pareti della navata sia nel catino absidale e iniziamo la nostra visita proprio dall’abside e la prima osservazione è una curiosità iconografica. Cristo porta i sandali, all’orientale.

Ai lati della mandorla, in basso, ci sono le figure dei Profeti Geremia ed Ezechiele, proni, in atto di deferenza, al di sopra schiere di Angeli e l’Arcangelo Michele. Nella zona inferiore dell’abside troviamo un ciclo di storie di San Vincenzo, a cui la basilica è dedicata : la Fustigazione, il Martirio (dove il Santo viene cosparso di piombo fuso) e la Leggenda del Ritrovamento del corpo e della Sepoltura. A destra, sul lato estremo della conca absidale, è raffigurato Sant’Adeodato che presenta al Cristo il committente della chiesa Ariberto e, fra i due, la nicchia eucaristica sormontata da un Angelo ad ali spiegate ed infine la figura di Ariberto con in mano il modellino dell’edificio.

Strettamente connesse con la conca absidale sono le raffigurazioni sull’Arco di Trionfo chiuse in alto da una fascia a meandro prospettico. Nel pennacchio di sinistra è affrescato Elia che ascende al Cielo sul carro di fuoco e sulla destra, poco leggibile, l’episodio di Eliseo che riceve il manto del profeta. Sulla parete settentrionale, su tre registri, si svolgono le Storie della Genesi (nel primo in alto), le Storie di Giuditta e Oloferne (in quello mediano) mentre gli affreschi dell’ultimo registro sono dedicati alla vita di Santa Margherita d’Antiochia di Pisidia. I riquadri meglio conservati raffigurano un gruppo di guerrieri nelle Storie di Giuditta e Oloferne e uomini a cavallo (famosissimo e pubblicato su tutti i libri di Storia dell’Arte) nelle Storie di Santa Margherita.

Sulla navata meridionale, anch’essa suddivisa in tre fasce, sono illustrate Storie di Sansone  e di San Cristoforo.

Prima di scendere in cripta osserviamo l’ambone che in origine era tutto affrescato con varie figure e oggi tutte perdute a parte che sul lato verso la scala che sale al presbiterio dove si vedono ancora gli avanzi di due dei quattro simboli degli Evangelisti: il Toro di Luca e il Leone di Marco e a sostegno dell’ambone due semicolonne in pietra con capitelli scolpiti.

La cripta, ad oratorio, appartiene alla riedificazione della basilica voluta da Ariberto ed è caratterizzata dalle quattro colonnine con capitelli in marmo bianco di Musso, risalenti, molto probabilmente, all’edificio paleocristiano preesistente e, date le dimensioni, parrebbero essere state il sostegno di un ciborio. Conserva affreschi sui pilastri addossati alle pareti con le immagini di un Santo Vescovo, un Santo con un libro chiuso in mano e una Santa con tunica a strisce bianche e rosse.

Il Battistero: la sua edificazione potrebbe essere di qualche anno posteriore alla Basilica e potrebbe appartenere al periodo in cui Ariberto era già Vescovo di Milano.

Visto esternamente sembra quasi un edificio privo di forme, come se si fosse voluto nascondere il gioco delle rientranze e sporgenze che esistono in pianta e che sono evidenti all’interno, non apprezziamo così il ritmo delle quattro nicchie semicircolari e il perimetro dell’edificio segue una linea sinuosa continua. Il monumento ha due particolarità: la prima è l’Atrio d’Ingresso, che si trova raramente in altri edifici coevi e l’altra è la comparsa dei Matronei che, in questo caso, sembrano più aperture scavate in spessore di muro che le aeree gallerie che spesso troviamo in edifici romanici a pianta centrale (vedi il Battistero di Arsago Seprio e il San Tommaso in Lemine ad Almenno). Il monumento, all’interno, conserva la vasca battesimale circolare monolitica e si conclude con una cupola ad otto spicchi a cui corrisponde all’esterno un tiburio a forma ottagonale forato da bifore con colonnina e capitello a gruccia.

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