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Il Fiandre è… il Fiandre!

Il Giro delle Fiandre – anzi, il Fiandre e basta – non è solo una corsa. ll Fiandre è un’emozione che resta dentro. Puoi raccontarne frammenti con aggettivi e disegnarne scorci con una foto, ma l’atmosfera che ti avviluppa è indescrivibile. Il Fiandre è… il Fiandre!!!

La festa inizia già a metà settimana, quando migliaia di amatori calano nel Belgio settentrionale come orde di barbari pacifici per cimentarsi nella prova del sabato. Assaggiano i muri, il pavé, le stradine strette, il traguardo e il podio del Fiandre prima di unirsi al pubblico in visibilio per applaudire professionisti – uomini e donne – alla domenica. Il popolo fiammingo applaude tutti. La polizia, schierata con un’impressionante moltitudine di agenti, dirige l’ordinato traffico di amatori e automobilisti: gli uni e gli altri si alternano nei passaggi più critici, attendendo pazientemente il proprio turno. I conducenti delle auto scendono ad applaudire gli sciami di cicloamatori che ricambiano con un saluto mentre ovunque sventola la bandiera gialla con il nero leone delle Fiandre. Attenzione alle imitazioni: sulla bandiera originale le unghie del felino sono dipinte di rosso! Le bandiere con le unghie bianche sono un falso inguardabile agli occhi degli appassionati locali.

Alla domenica la città di Oudenarde e tutti i paesini attraversati dal serpentone multicolore di ciclisti si svegliano presto o, forse, non hanno nemmeno dormito in preda all’eccitazione per la corsa più importante dell’anno. Siamo al nord e fa sempre freddo, anche se c’è il sole. Il vento gelido è una costante sin dal primo mattino, quando il cielo si presenta plumbeo alle prime luci dell’alba per rasserenarsi con il passare delle ore. Se, invece, si mette a piovere è un inferno.

Le strade e le piazze sono impregnate dell’odore di patatine fritte e carne di vario tipo abbrustolita, con la moltitudine di salse speziate ad arricchire l’acredine degli effluvi. Non manca la birra, che scorre a fiumi e sponsorizza la gara da tempo immemore. Non sarà facile seguire il passaggio dei corridori in più punti del percorso. Alla vigilia occorre pianificare bene le mosse e decidere dove andare. C’è chi sceglie di piazzarsi su uno dei due muri finali, L’Oude Kwaremont o il Paterberg, e, per sicurezza, ci pernotta anche perché alle nove del mattino non c’è già più posto. C’è chi va sul Kapelmuur, o semplicemente Muur, a Geraardsbergen. E’ forse l’immagine più iconica del tracciato: una chiesetta in mattoni rossi e tetto d’ardesia sormontato da una statua dorata di Maria. Una piccola cappella al cui interno si trovano innumerevoli piastrelle ex-voto. Pochi si fermano nella piazza ai piedi della salita, dove i residenti indicano orgogliosi una statua del Manneken Pis e spiegano che si tratta della più antica del paese a dispetto della più famosa scultura di Bruxelles. La questione sul primato è annosa e non troverà mai forse una soluzione in grado di accontentare tutti. C’è chi sceglie la salita del Wolvenberg dove conviene arrivare con un po’ di anticipo per gustarsi un hot dog presso la classica bancarella sulla sommità.

C’è infine chi resta a Oudenaarde per seguire la corsa sul maxischermo in piazza del comune, uno scintillante edificio sormontato da un alto campanile, pardon, un beffroi. Per ingannare l’attesa c’è il museo delle Giro delle Fiandre, diretto dall’ex campione Freddy Maertens. Cimeli, maglie, la storica ammiraglia Molteni di Merckx e un’infinità di gadget. Al Peloton Café, annesso al museo, è possibile gustare un buon caffè immersi a 360° tra le biciclette. I lampadari sono ruote con fasci di luce a led al posto dei copertoni. Gli sgabelli sono sellini delle biciclette di un tempo. Le pareti sono tappezzate di maglie storiche e borracce e formano un caleidoscopio ipnotico. Sport e arte allo stato puro.

Nella domenica del Fiandre il Belgio si ferma per celebrare le due ruote. Il pubblico si riversa ordinatamente sulle strade e assiste alla gara con un entusiasmo proporzionale all’educazione. Quando il gruppo attraversa uno stradone che costeggia un cimitero c’è anche chi posa un fiore o una maglia sulla tomba dei propri cari ed assiste al passaggio accanto a loro: il legame con questa corsa non finisce davvero mai.

Fabiano Ghilardi

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