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Il giorno in cui diventò “il Cannibale”

Milano-Sanremo, una classica. Anzi, la “classicissima” di primavera. La prima delle cinque cosiddette corse monumento di un giorno (con Fiandre, Roubaix, Liegi e Giro di Lombardia) che, di fatto, apre psicologicamente la stagione ciclistica, sebbene ormai si corra praticamente dodici mesi all’anno. Per molto tempo si è disputata il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, prima che la ridefinizione del calendario lavorativo negli anni Settanta rimuovesse tale data dall’elenco delle festività. La collocazione a ridosso dell’equinozio di marzo è però rimasta e si conferma l’appuntamento più importante dell’anno per gli appassionati di ciclismo italiani.

Dal 1907 la corsa non si è disputata per ragioni belliche nel 1916, 1944 e 1945, è stata accorciata per intemperie nel 2013 (neve sul Turchino e corridori letteralmente assiderati caricati sulle ammiraglie e accompagnati sull’Aurelia, dove la corsa è ripartita) e quest’anno è stata rinviata per emergenza sanitaria. Rinviata, non cancellata, come molti altri eventi sportivi in tutto il mondo in attesa che finisca l’incubo CoViD-19. Nella giornata di sabato 21 marzo, data inizialmente prevista per l’edizione 2020, qualche migliaio di appassionati si è ritrovato online per pedalare virtualmente sul Poggio e la Cipressa insieme a tanti campioni (Ballan, Nibali, Fondriest per citarne alcuni) prima di abbandonarsi sul divano per gustarsi la maratona Rai che ha ripercorso la storia della corsa.

Scorrendo rapidamente l’albo d’oro della manifestazione non può non saltare all’occhio la ricorrente presenza del belga Eddy Merckx, vincitore in ben sette occasioni nel decennio che va dal 1966 al 1976. Un cognome che è tutto un programma: M-E-R-C-K-X. Una povera e solitaria vocale soffocata da cinque consonanti che solo la grafia fiamminga può offrire. Fortunatamente la pronuncia è relativamente semplice e altrettanto facile è ricordare che Eddy Merckx è noto con il soprannome di “cannibale” ed è stato per molti il più forte ciclista di tutti i tempi. L’elenco dei suoi successi riempie pagine e pagine di qualunque biografia.

In Liguria ha alzato ripetutamente le braccia al cielo, iniziando con il piede giusto l’ennesima stagione da protagonista. Dietro Merckx, per sei volte su sette, si è classificato un ciclista italiano a riprova di quanto sia stato difficile per i nostri atleti batterlo e vincere tra il pubblico di casa (ci sono riusciti solo Michele Dancelli nel 1970 e Felice Gimondi, il vero antagonista del fiammingo per tutta la carriera, nel 1974).

Nato nel 1945 a Tielt-Winge nella frazione di Meensel-Kiezegem, Eddy Merckx ha vinto tutto e più volte. Cinque giri d’Italia, cinque Tour de France e una Vuelta de Espana per complessivi undici grandi giri tra il 1968 e il 1974 con tre doppiette Giro-Tour e una doppietta Giro-Vuelta. Tre titoli mondiali su strada da professionista (più uno da dilettante). Diciannove classiche monumento: è salito sul gradino più alto del podio in almeno due occasioni in ciascuna di esse, impresa ad oggi ancora ineguagliata. Più una quantità industriale di altre corse prestigiose che per altri ciclisti valgono la carriera, mentre nell’immenso palmares di Merckx assumono l’importanza di una garetta di paese. Le prove su strada complessivamente vinte sono 525 (di cui 80 da dilettante), criterium compresi. A queste si sommano altre 100 vittorie tra pista (98) e ciclocross (2) e il record dell’ora nel 1972.

Di Merckx voglio ricordare una stagione, quella del 1969, che fu forse lo spartiacque che trasformò il campione in leggenda. In primavera vince Sanremo, Fiandre, Roubaix e diverse altre gare per presentarsi al Giro d’Italia da vincitore uscente e dominarlo con quattro tappe vinte prima del “fattaccio”: positivo ad un controllo antidoping ad una settimana dal termine della corsa viene escluso e squalificato per un mese. Addio Giro (in lacrime) e addio Tour. Il mondo del ciclismo si schiera dalla parte del belga, gli viene concesso il beneficio del dubbio e, in extremis, la squalifica viene annullata. Si presenta al via della corsa a tappe francese caricato a molla e deciso a riscattarsi davanti agli occhi dell’intero pianeta. E lo fa, eccome se lo fa!!! Non c’è praticamente corsa, la classifica generale è ipotecata dopo poche tappe. Ogni giorno è una dimostrazione di forza che lo issa in vetta a tutte le classifiche individuali (a punti, scalatori, combinata). Per gli avversari non resta nulla, nemmeno le briciole, come osserverà il collega Christian Raymond raccontando in una telefonata alla figlia l’andamento del suo Tour. Dalla risposta della piccola – “Ma allora è proprio un cannibale” – ripresa in seguito dai media prenderà corpo uno dei soprannomi più azzeccati della storia dello sport. Il Tour termina domenica 20 luglio: il vantaggio di quasi 18 minuti sul secondo classificato Roger Pingeon è abissale, per non parlare dei distacchi inflitti agli altri avversari. Quel giorno l’uomo arriverà sulla Luna e Neil Armstrong sarà il primo a posare piede sul nostro satellite, ma Merckx era già avanti, era di un altro pianeta.

Fabiano Ghilardi

 

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