Eupilio Turismo

IL LAGO DEL SEGRINO TRA STORIA E LEGGENDE / Primo Racconto

Tra gli itinerari alla scoperta del territorio realizzati dal Gruppo Culturale La Martesana di Erba non poteva mancare il piccolo Lago del Segrino, luogo ricco di bellezze naturalistiche e teatro di storie ed avvenimenti lungo i diversi secoli. Nella zona verso Canzo furono trovate le tombe a tumulo dell’età del rame, l’area di Eupilio, particolarmente ricca di Torri e castelli fu nel medioevo un area significativamente fortificata come anche nel territorio di Longone fu trovata un altare dedicato ad Ercole invitto e vicino alla torre centrale vennero rinvenute delle tombe del periodo dei Celti. Insomma attorno al Lago del Segrino non mancano testimonianze storiche che appena sarà possibile noi della Martesana saremo felici di accompagnarvi ancora a scoprire questi tesori nascosti. Nell’attesa vogliamo però farvi conoscere alcune simpatiche leggende e storie legate al Lago dando inizio così a una serie di appuntamenti quindicinali che proporremo sul sito del Dieci svelando notizie e curiosità che ognuno di voi potrà verificare e scoprire nei prossimi mesi.

Il primo soggetto che vogliamo segnalare è il Castello della Ghita, quello di cui è visibile la torre dietro al Cimitero di Galliano sul colle detto del Molvesio. Questo castello ha dato origine ad una leggenda, sviluppata anche nella pubblicazione di un romanzo storico stampato nel 1800 dall’allora proprietario del castello. Ma iniziamo questo nostro cammino con attenzione, sapendo che ogni racconto storico-popolare ha sempre un fondamento di realtà e gli autori, unendo una perfetta miscela di storia e leggenda riuscivano a conquistare l’attenzione e la curiosità della gente. E accadde così che anche il lago del Segrino fu teatro di un’opera romanzata scritta da Giovanni Biffi, dal titolo “La Ghita del Carrobbio”, ambientata nel 1500 e pubblicata a Milano nell’anno 1863.

Nelle pagine di questo libro si narra la storia di una ragazza (Margherita detta Ghita) che viene presa con la forza dal suo quartiere di Milano (il Carrobbio) e trasportata nel castello di un signorotto locale (don Alfonso Carpano) nei pressi del lago del Segrino. La Ghita non s’arrende alle continue insistenze del rapitore e, colta l’occasione propizia, riesce a fuggire dal castello ed a rifugiarsi nel vicino convento di San Salvatore sopra Erba. Aiutata dai buoni frati si nasconde, cercata invano dal suo acerrimo persecutore. Come tutte le belle favole a lieto fine, Ghita ritorna tra le braccia del suo amato “Cecco”, dimenticando di tutto cuore quella triste avventura.

Nel capitolo ottavo l’autore così si sofferma nella descrizione dei luoghi e dei personaggi che animano questo racconto:

da “La Ghita del Carrobbio”

…il castello di Galliano era fondato su un promontorio, da cui si domina tutta la vallata che da Mariaga mette a Canzo e, al cui piede, ha foce un laghetto chiamato il Segrino, denominazione con tutta probabilità derivata dal francese “chagren” (dolore), tanto quel lago è romantico e triste. La fondazione del castello di Galliano deve rimontare al 1400, se si vuole giudicare dalle aperture arcuate, dalla forma e spessore dei muri d’un torrione che tutt’ora sussiste e che doveva formare il lato destro del castello. Oggi (1863) quel torrione e avanzo di castello, è proprietà del milanese signor Paolo Biffi, il quale operandovi anni orsono degli scavi all’ingiro, dissotterrò alcune vecchie armature e monete di bronzo che portavano la data del secolo XV (1400), il che, corroborato da alcune tradizioni che tutt’ora si mantengono in paese (Eupilio), lascia credere con certezza che in origine il castello fosse stato fondato da qualche signorotto di quelle terre, per difendersi dagli altri feudatari dei paesi circonvicini, i quali, some si sa, erano in continua guerra fra loro. Chi di fatti si recasse oggi sul promontorio di Galliano ove sorge il torrione, e girasse lo sguardo intorno, si persuaderebbe coi propri occhi che il castello non poteva aver in origine altra ragione d’essere che quella di una sicura difesa del paese sottoposto alle aggressioni nemiche.

Don Alfonso Carpano, acquistando quella proprietà, non aveva avuto certamente intenzioni guerresche e, pare piuttosto che se ne fosse invaghito per aver in quel castello un asilo remoto e tranquillo nelle sue lotte amorose. Era nel sepolcrale silenzio di quel castello, difatti, che il fiero marchese sperava deturpare le nuove vittime, per farle poscia scacciare dallo scudiscio dei suoi staffieri, ed obbligarle a vagare fra le selve e morirvi di fame e di inedia, o a gettarsi disperate nelle onde del lago e perdervi la vita…”.

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