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IL VECCHIO – I racconti della domenica

. . . Quando aprì gli occhi il sole era già alto nel cielo. Ebbe un attimo di smarrimento, non era su un letto, ma su un pagliericcio di felci, simile a quello che fanno i pastori per riposarsi. Si chiese con sgomento da quanto tempo si trovasse in quel luogo perché non ricordava di essersi recato nel bosco.

Cercò di immaginare quale giorno fosse, ma nonostante facesse un grande sforzo non riusciva a ricostruire una mappa temporale.

Non ricordava niente del suo passato.

Quasi con terrore si chiese: “ ma io chi sono?”

Guardando il cielo e sentendo la temperatura già alta, ebbe la certezza che fosse quasi mezzogiorno e vedendo i frutti di bosco già maturi, stabilì che si trovava nella stagione estiva. Era forse giugno oppure luglio? Poteva anche trattarsi di agosto. Tuttavia se fosse rimasto fermo in quel luogo non avrebbe potuto trovare le risposte a tutte le sue domande.

Dove andare? Quale direzione prendere?

Non aveva riferimenti e quindi pensò di sceglierne una a caso.

Dovette fare un grande sforzo per riuscire ad alzarsi poiché le gambe erano intorpidite e avvertiva dolore a tutti i muscoli del corpo.

Con sollievo notò che non aveva lividi sul corpo e dedusse che non era stato portato in quel luogo con la forza, ma sicuramente si era recato spontaneamente.

Perché si trovava in quel luogo? Un brivido gli attraversò tutto il corpo quando ancora una volta non riuscì a trovare una risposta alla domanda: “ ma io chi sono?”

Solo il cinguettio degli uccelli che felicemente svolazzavano da un ramo all’altro e da un cespuglio all’altro, lo stridio delle cicale a intervalli regolari, sembravano dare all’uomo qualche bagliore di serenità.

I raggi del sole gli arrivavano filtrati attraverso i rami degli alberi e si poggiavano qua e là, illuminando un fiore o le bacche dei rovi, dove api e farfalle facevano a turno a posarsi e nutrirsi del nettare.

Osservò ancora una volta il suo giaciglio e poi decise di muoversi descrivendo cerchi sempre più grandi in cerca di un indizio, un viottolo, un sentiero.

Riteneva che ci dovesse essere qualche cosa che indicasse da dove era arrivato. Sentì improvvisamente un languore allo stomaco e si chiese da quanto tempo non mangiasse.

Si guardò attorno, vide un roveto e una spina robusta e abbastanza lunga piena di more mature. Iniziò a mangiarne una dopo l’altra fin quando non si sentì sazio.

Gli mancarono le forze, dovette sedersi, fortunatamente non si era allontanato molto dal giaciglio, percorse i trenta metri che lo separavano e vi si buttò sopra.

Chiuse gli occhi, ma non aveva sonno, solamente un senso di enorme stanchezza.

Aveva l’impressione che qualcosa gli paralizzasse gli arti. Non riusciva a reagire, pensò che la morte era arrivata, ma non sentiva dolori, chiuse gli occhi e aspettò.

Non successe niente!

Quando riaprì gli occhi vide un cane con il fiatone e con la lunga lingua a penzoloni che faceva la guardia. Non lo aveva visto prima. Appena il vecchio si mosse, il cane gli si avvicinò e cominciò a leccargli il viso, le tempie e le orecchie, scodinzolando per dimostrare la sua felicità.

Forse quel cane sapeva chi fosse e perché si trovasse in quel luogo e in quelle condizioni!

Si sentiva più sicuro, non era più solo, doveva cercare di riacquistare le forze per uscire da quel bosco che sembrava non finire mai, doveva lasciarsi guidare da quell’animale e forse avrebbe trovato la via di casa.

Il cane conosceva la verità, perché apparteneva al vecchio e sapeva cosa era successo.

Quel giorno il vecchio voleva recarsi alla baita, come faceva quasi quotidianamente per dedicarsi ad uno dei suoi hobby preferiti: la caccia di volpi, scoiattoli, ghiri.

Mentre si addentrava nel bosco, fu colto da un giramento di testa che lo fece cadere a terra dove rimase per qualche attimo in uno stato di incoscienza. Quando si rialzò non ricordava più nulla e iniziò a vagare nel bosco perdendo il senso dell’orientamento.

Il cane davanti e il vecchio dietro, passo dopo passo arrivarono davanti al portone di un edificio. Un signore fermo davanti al portone, accorgendosi che il vecchio faceva fatica a salire, si avvicinò e disse: “ faccia attenzione signor Mattia, si attacchi al corrimano, altrimenti scivolerà a terra “.

Come per incanto, il vecchio ricordò. Uscì dal torpore che lo aveva colpito e ricordò. Ricordò che il suo nome era Mattia e ringraziò il signore dicendo: “grazie Marchese.”

Il cane scodinzolava dalla felicità perché non sentiva parlare il suo padrone dal giorno in cui si erano persi nel bosco. L’uomo si appoggiò alla ringhiera e pian piano, un passo dopo l’altro, scalino dopo scalino, si ritrovò al primo piano davanti all’ingresso di una porta. Si mise a rovistare nelle tasche, ma non trovò la chiave. Suonò il campanello, ma nessuno gli aprì. Era stanco, le forze stavano per abbandonarlo, si accasciò sul pavimento e con le spalle appoggiate alla porta piegò la testa e si addormentò. Teo, il cane fedele non l’abbandonò, si accucciò al suo fianco e rimase con lui.

Erano le tre di notte quando Tentorio varcò la soglia del portone, salì al primo piano e si fermò davanti alla porta. La vista del vecchio e del cane lo intenerirono. Non li riconobbe subito, non li vedeva da anni. Erano proprio i suoi vecchi amici, Mattia e il fedele Teo!

Li svegliò e li invitò ad entrare nell’appartamento dove offrì un comodo letto al vecchio e un grosso cuscino al cane. Teo rimase sdraiato in dormiveglia per meglio fare da guardia al suo padrone.

Tentorio abitava in quell’edifico ormai da anni, ma a causa del lavoro che svolgeva era spesso fuori casa.

Quanti anni aveva passato in quella casa! Mattia era stato come un padre per lui. Per anni aveva occupato appartamenti con canoni d’affitto sempre alti e con contratti sempre transitori. Un giorno si presentò un’occasione da non lasciar perdere: un signore di mezza età metteva a disposizione il suo appartamento da condividere con un giovane il quale gli doveva garantire che si sarebbe preso cura di lui in caso di necessità. Alla sua morte, il giovane sarebbe diventato proprietario di tutti i suoi bene.

Tentorio era un giovane studente universitario, gli mancava poco a laurearsi in ingegneria chimica, ma aveva bisogno di tranquillità per preparare la sua tesi, così dopo aver letto l’annuncio, fissò un appuntamento, vide l’appartamento e stipulò subito il contratto.

Mentre Mattia passava spesso le sue giornata tra il bosco e il bar, Tentorio proseguiva gli studi tranquillamente.

Arrivò il giorno della laurea ! Mattia era emozionato, arrivato a Milano all’alba , girovagò per le vie alla ricerca di un regalo per Tentorio. Si fermò in un negozio di pelletteria e comprò una cartella in pelle marrone. Quello sarebbe stato il suo regalo di laurea. Alle undici si trovava nell’aula magna del Politecnico. Cercò un posto nella fila di centro, pensando che da quel punto avrebbe potuto seguire Tentorio nella sua esposizione.

Un applauso irruppe per tutta la sala quando entrarono i laureandi. Ognuno doveva esporre il proprio lavoro facendo scorrere e commentando le diapositive su un video luminoso. Prima di iniziare l’esposizione, Tentorio girò lo sguardo per tutta la sala come se cercasse qualcosa o qualcuno a cui aggrapparsi. Girò più volte il capo per scrutare tutta la sala quando finalmente si accorse della presenza di Mattia. Solo allora, il suo viso cambiò completamente espressione diventando radioso.

Mattia alzò la mano come per accennare un saluto e per fargli capire che era lì per seguirlo con attenzione e con la mente gli inviò una frase “figliolo, impegnati a fondo, fai vedere quanto vali, io sono orgoglioso, molto orgoglioso di te, tu sei il figlio che avrei sempre desiderato e che non ho mai avuto”. Bastò quello sguardo d’intesa per trasformare Tentorio in un leone. La sua tesi era attuale e interessante e gli garantì il 110 e lode. Durante l’intervallo di mezz’ora fu possibile vedere manifestazioni di ogni tipo: gente che si abbracciava, che si baciava, che si metteva in posa per fare le foto. Tentorio aveva solo Mattia, quell’uomo un po’ burbero che lo aveva accolto nella sua casa trattandolo come un figlio e che in quel momento lo abbracciava con gli occhi bagnati di lacrime, dicendogli che era il suo orgoglio. Quella sera tornarono a casa assieme, dopo aver cenato in uno dei migliori ristoranti di Milano.

Il giorno successivo, Tentorio comunicò che aveva avuto già un contatto. Una azienda giapponese gli aveva offerto un lavoro per cinque anni, ma doveva recarsi a Tokio, tuttavia, non si sarebbe mai scordato di Mattia e l’avrebbe portato per sempre nel suo cuore perché la realizzazione del suo sogno era stato, in parte anche merito suo.

Tentorio, nato in una famiglia di modeste condizioni economiche, dopo tanti sacrifici, aveva realizzato il suo desiderio e finalmente si sentiva realizzato. Il giorno della partenza fu un giorno delirante. Per l’emozione Mattia ebbe un infarto, ma Tentorio non lo seppe mai. Per quanto tempo sarebbe stato lontano da quel signore che lo considerò, fin dal primo giorno che condivisero l’appartamento, come un figlio?

Sdraiato nel letto che Tentorio gli aveva preparato, passò una notte piena di incubi e di sogni. Si trovava seduto nell’aula magna di una facoltà e seguiva con attenzione un giovane che stava discutendo la propria tesi. Lo studente era legato a lui da un grande affetto. Finita l’esposizione, un lungo e interminabile applauso si levò nella sala…… il vecchio si rigirò nel letto, si svegliò all’improvviso e si ritrovò a battere le mani l’una contro l’altra. Agitato, sconvolto, la testa dolente, qualche flash di ricordi….. Molti interrogativi… Chi era quel ragazzo che aveva presentato nel sogno il lavoro migliore della giornata? Era stato proclamato dottore in ingegneria con il massimo dei voti, ma che relazione c’era fra lui che era stato un semplice boscaiolo e un giovane così erudito? Si alzò dal letto, fece colazione col suo fedele cane. Poi iniziò a girare per la casa alla ricerca di qualcosa. La sua mente era confusa, cosa cercava esattamente? Si ritrovò a parlare con il cane quasi sperando di ricevere qualche risposta sul suo passato. Che significato aveva quel sogno, ma in particolare si chiedeva che nesso avesse con la sua vita passata. Che strana sensazione però! Mentre passava da un locale all’altro, aveva l’impressione di conoscere ogni angolo di quella casa. Come era possibile? Entrato nella camera di Tentorio fu colpito da una foto posta sul comodino. Riconobbe Tentorio più giovane di vent’anni nel giorno della sua laurea. Un fremito attraversò tutto il suo corpo quando lo sguardo si soffermò su un uomo sorridente, non più giovane, accanto al ragazzo. Una dedica era scritta sul fondo dell’immagine: “ al mio carissimo amico Tentorio, con tanti auguri per una brillante carriera. Mattia.“ Mattia, Mattia…… quel nome risuonava nella sua testa…chi era Mattia? Perché quel nome lo turbava e allo stesso tempo gli creava quasi una sensazione di pace?

Si guardò allo specchio, quell’uomo sorridente aveva i suoi occhi, quegli occhi verdi, molto intensi, a volte tristi, ma a volte colmi di gioia e di speranza. Ad un tratto riconobbe se stesso, qualcosa del suo passato iniziava a riaffiorare, ma i ricordi erano come i fuochi artificiali, uno spettacolo meraviglioso, un raggio di luce nel buio della notte.

Quel cassetto chiuso…una vecchia chiave arrugginita avevano attirato la sua attenzione, vinto dalla curiosità lo aveva aperto. All’interno un grosso volume dal titolo: la cucina italiana. Lo aprì, qualcosa gli diceva che doveva aprirlo, ma non sapeva che all’interno di quel libro era racchiusa una pagina della sua vita. Una dedica…. Una dedica rivolta ad una donna, ma in quel momento quel nome non gli ricordava niente…Una data ….. Natale di diversi anni prima…. “ Per un Natale felice e un gioioso anno nuovo con la speranza nel cuore che presto fiorirà il nostro amore… Dono questo libro alla tua dolcezza, alla tua bontà, alla tua bellezza….” Si rese conto che quel libro era stato un regalo di Natale ad una donna che in quel momento era molto importante per l’uomo che aveva scritto su una pagina bianca delle parole bellissime. Chissà cosa aveva risposto la donna, Mattia se lo chiese più volte. Quelle parole lo interessavano, ma non ne capiva il motivo. Sicuramente non avrebbe più saputo che nel momento della dedica, la donna non riuscì a dare nessuna risposta positiva, lo avrebbe fatto più avanti negli anni quando ormai all’uomo non interessava più la sua risposta. Non seppe mai che quell’uomo era lui stesso, ma ormai niente aveva più senso.

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