Redazionali

L’epidemia di colera del 1867 nelle circolari della Prefettura di Como

a cura di Manuel Guzzon

In questo periodo ci troviamo a fare i conti con un evento che per tutti noi era fino a pochi mesi fa inconcepibile. Durante questo forzato isolamento, sistemando la mia biblioteca mi sono ritrovato tra le mani un bel volume ottocentesco con la raccolta dell’anno 1867 del Bollettino della Prefettura di Como, una sorta di Gazzetta Ufficiale dove venivano pubblicate tutte le disposizioni governative e prefettizie della nostra Provincia.

Numerose Circolari prefettizie sono dedicate alla prevenzione del colera e inducono inevitabilmente ad una riflessione e ad un confronto con l’odierna situazione.

In quello stesso anno si è sviluppata nella nostra zona un’epidemia di colera che ha provocato un numero consistente di decessi, circa 2690 in tutta la provincia, ben peggiori erano state le epidemie dello stesso morbo del 1836 e del 1855, rispettivamente con 5362 e 5084 morti.

Se poi vogliamo entrare nel particolare del comune di Ponte Lambro e dei comuni vicini, l’epidemia più devastante fu quella del 1836, il libro di Giusto Zappa ci fornisce notizie abbastanza precise sul numero dei decessi. Così scrive Zappa:

A Ponte Lambro il contagio venne portato da un contadino di Rogeno l’8 Luglio 1836 e su una popolazione di 769 abitanti si verificarono 27 decessi. – Caslino ebbe 57 morti su 824 abitanti ; Proserpio 20 su 433 abitanti. In tutta la Lombardia furono notificati 57.177 casi ed i morti salirono alla non trascurabile cifra di 32.200 circa. Lo zelo, la carità, lo spirito di abnegazione dei sacerdoti che in molti paesi dovevano fungere anche da sanitari; la encomiabile attività dei magistrati e dei preposti alla salute pubblica; la tempestiva adozione di particolari norme igieniche, valsero a circoscrivere ed a frenare l’imponenza del contagio che minacciava le

nostre popolazioni. In quell’anno rimase vittima del proprio dovere di Sacerdote Medico il

Parroco Don Luigi Villa di Mazzonio. Una fonte parrocchiale parla di Mazzonio che “cessò di essere allegra e vivace per convertirsi in luogo di spavento e desolazione”. Una nuova epidemia di colera si sviluppò nell’estate del 1855 provocando a Mazzonio una trentina di vittime.

Ma veniamo ora al 1867 anno in cui per l’ultima volta nelle nostre plaghe il cholera morbus

fu causa di sofferenza e morte.

Tralasciando l’aspetto medico e sanitario è interessante leggere attraverso la freddezza delle disposizioni prefettizie l’andamento del contagio, si comincia con disposizioni blande, passando a restrizioni più stringenti fino ad arrivare verso la fine della fase acuta del contagio a decreti che rimuovono i divieti. E’ interessante osservare come seguendo la stessa logica di oltre 150 anni or sono si siano determinate le medesime condizioni che stiamo vivendo ora.

Ma andiamo ad esaminare le disposizioni facendo come si suol dire parlare le carte e mettendoci nei panni dei funzionari comunali e dei sindaci, in particolare di Lezza e Ponte che a quel tempo erano ancora divisi. Senza dimenticare l’opera dell’unico medico condotto comunale, il dottor Bonfanti che risiedeva ad Erba e proprio in quel lontano 1867 prestava assistenza sanitaria insieme alla sua infermiera in tutti i paesi del circondario.

La prima circolare inviata Ai Signori Sindaci della Provincia di Como porta la data del 10 aprile 1867 con oggetto la Sospensione di fiere e feste religiose per misure di sanità pubblica. Dopo lunghe e profonde discussioni riporta la circolare, segno che anche a quei tempi prendere decisioni del genere non era affatto semplice, si decide di …aderire alla proposta sospensione della fiera e della festa religiosa, che, come è costume, hanno luogo in Como ed in Lecco nella Settimana Santa di ciascun anno. Anche allora come oggi il periodo di sviluppo del contagio cadeva in prossimità delle celebrazioni religiose della Pasqua e la fiera di Como che durava per almeno tre giorni e che si svolgeva nei pressi della Basilica del Crocifisso veniva sospesa. Tenuto conto del notevole afflusso di commercianti e venditori ambulanti la Prefettura non mancava di sottolineare il danno economico che ne derivava, anteponendo però il valore della vita umana rispetto al profitto. Infatti così concludeva la circolare: …Il sottoscritto non dissimula come questa misura a molti riuscirà di non lieve sacrifizio, ma è intimamente convinto che dovendo fra due mali scegliere il minore, si assoggetteranno con più rassegnazione alla perdita di un lucro sperato, anzi che alle triste e ben più funeste conseguenze che porterebbe seco la diffusione di tre contagi, quali sono il cholera, che da vicino ci minaccia, il tifo e il vaiuolo… Da queste parole si apprende che non solo l’epidemia di colera si stava sviluppando ma che malattie epidemiche che avevano provocato in passato numerosi lutti come il tifo e il vaiolo erano sempre in agguato.

Un altro dato che colpisce per analogia con l’oggi deriva da una circolare del 17 aprile avente per oggetto: Norme pel commercio degli stracci nella Provincia di Bergamo, in questa nota si richiamava una circolare del Ministero dell’Interno del 1865 che regolamentava il commercio degli stracci, allora molto diffuso. Il riferimento del prefetto è sempre in funzione preventiva alla diffusione del colera. La comparsa di qualche caso di colera in diversi Comuni della Provincia di Bergamo, massime nel suo Capoluogo ha indotto il Ministero dell’Interno a richiamare in vigore le regole diramate ecc. ..essendo ritenuto non senza ragione che gli stracci provenienti da luogo infetto possono essere uno dei mezzi tra i più efficaci alla diffusione del morbo.

Nel frattempo alla fine di aprile si tengono le elezioni per il rinnovo del Consiglio Provinciale e anche Ponte Lambro che fa parte del Mandamento di Erba deve eleggere il suo rappresentante.

Dalla nota della prefettura si evince che il consigliere Guajta cav. nob. Giuseppe di Ponte Lambro è scadente per anzianità e da rimpiazzare.

Se nel mese di aprile e di maggio lo sviluppo dell’epidemia sembra non preoccupare troppo, tranne casi sporadici individuati qua e la nella provincia, improvvisamente alla fine di giugno la situazione precipita e i contagi si diffondono incontrollati. Anche le autorità sono prese in contropiede e per cercare di non diffondere l’epidemia negli ospedali vietano il ricovero dei contagiati di colera. Più o meno come avviene oggi quando ci dicono di non recarci al pronto soccorso ma di chiamare il medico curante.

Il 27 giugno 1867 il prefetto Scielsi invia una nota ai sindaci della provincia avente per oggetto: Divieto d’invio agli Spedali di Como e Milano di ammalati di cholera.

Si intimava praticamente ai sindaci di non inviare ammalati che presentavano i sintomi del colera negli ospedali. Era pratica diffusa provvedere da parte dei comuni al trasporto degli ammalati negli ospedali tramite carretti più o meno attrezzati servendosi di cavallanti che dietro compenso attendevano a questo servizio, i malati erano muniti dal sindaco di una sorta di documento di viaggio che aveva una duplice funzione, di assicurazione dell’avvenuto trasporto e di presa in carico da parte del comune dell’ammalato per quanto riguardava i costi e le spese, che poi venivano richieste alla famiglia o nella maggioranza dei casi pagati dal comune o da congregazioni di carità.

Nello stesso giorno la prefettura emette un regolamento suddiviso in tre capitoli in cui si individuano le cause della diffusione del morbo e una serie di norme per la prevenzione e la cura dello stesso. E’ interessante esaminare questo documento per conoscere da vicino le situazioni oggettive in cui gli abitanti dei nostri comuni venivano a trovarsi nel fronteggiare una situazione tanto difficile.

Norme e precetti per preservarsi dal cholera e per curarne i primi sintomi

Il regolamento si apre elencando una serie di cause che secondo i medici dell’epoca potevano favorire lo sviluppo della malattia, in particolare bisognava prestare attenzione a: …le indigestioni, la soppressione del sudore, il raffreddamento del corpo e il freddo umido, l’aria impura, la sudicezza delle abitazioni, delle persone, delle vesti, la paura e le impressioni morali vive, i disordini d’ogni genere nel mangiare e nel bere, l’uso di alimenti di difficile digestione e di bevande malsane, l’abuso delle cose della vita, la dissolutezza, le occupazioni di mente e di corpo eccessive e le veglie protratte. Come si può notare insieme a regole di igiene e di pulizia vi erano norme che facevano riferimento al modo di condurre la propria esistenza anche dal punto di vista morale. Cause come la dissolutezza, la paura, le impressioni morali vive o le occupazioni di mente avevano poco o niente a che vedere con il contagio, eppure la temperanza e la continenza erano tenute in grande considerazione, in questo caso contava molto la componente religiosa che invitava sempre e comunque alla moderazione, sopratutto negli stili di vita.

Le regole da seguire comprendevano otto situazioni che andavano tenute in considerazione:

L’aria

E’ dimostrato che la purezza dell’aria che si respira è uno dei migliori mezzi che guarentiscono dal cholera, si procuri di mantenere conveniente ventilazione nell’abitazione, acciò vi si rinnovi l’aria, tenendo aperte le porte e le finestre sopratutto il mattino e il mezzo giorno e all’uopo si accenda il fuoco e si facciano fiammate a quando a quando.

Le abitazioni

Le case e le camere che si abitano devono mantenersi pulite il più che sia possibile…

i letti sieno oggetto di cura speciale, si conservino imbianchiti i muri, netti i pavimenti e i vetri…

Si chiudano le finestre in tempo di pioggia… si munisca di turacciolo l’apertura della latrina… si mantengano dei vasi con della soluzione di cloruro di calcio aggiungendovi aceto o olio di vetriolo, versandone pure nel cesso… Si curi che gli anditi, le scale e i cortili sieno sempre puliti… si vuotino frequentemente le fosse del letame…

Abiti e vestimenta

Giova tenersi coperti sì di giorno che di notte, per modo che si provi piuttosto caldo che freddo. A tal fine è utile portare la lana sulla pelle e principalmente sul ventre… giovano poi le fregazioni sulle varie parti del corpo… Si deve poi porre diligenza alla nettezza delle vesti e della persona.

Alimenti

Sono da preferirsi le carni ben cotte e arrostite, e non troppo grasse; il pollame, i pesci freschi, le uova al guscio e al burro, le patate condite al burro, il riso, le paste, la purea di fagiuoli e di patate. Sono da evitarsi le carni porcine in troppa quantità e di qualità non buona; le carni ed i pesci salati all’olio ed affumicati, le uova crude ed indurite, la pasticceria, massime se grassa e rancida, il cacio ecc.

L’elenco continua con ogni sorta di cibi consigliati o da evitarsi, viene da chiedersi chi abbia stilato il regolamento, sicuramente qualcuno che aveva accesso ad ogni ben di dio visto che la stragrande maggioranza della popolazione a quell’epoca non aveva accesso a tutti questi alimenti. La nostra zona popolata in gran parte da persone dedite all’agricoltura o ad impieghi presso gli opifici non poteva certo permettersi di accedere ad una dieta così varia. Le uniche fonti di sostentamento erano i prodotti della terra, coi cereali, in primis il mais da cui si otteneva la farina per preparare la polenta che resta il piatto principale dal 1600 fino a oltre la metà del novecento. Scarsi gli ortaggi e la frutta per non parlare della carne consumata due o tre volte l’anno o in occasioni particolari. Gli apporti calorici di proteine animali derivavano principalmente dai latticini (burro, formaggio) la vicinanza del Lambro permetteva di pescare pesci o gamberi che si integravano con rane e lumache. Per quanto riguarda la caccia ci si ingegnava per catturare lepri fagiani e quasi tutti i tipi di uccelli senza ricorrere al fucile. In ogni modo ci si ingegnava a preparare ogni sorta di minestre, zuppe ecc.

Bevande

Il vino di buona qualità ed in quantità moderata, sia puro, sia con acqua vuoi gazosa, vuoi semplice; acqua potabile filtrata, con un po’ d’aceto, di sugo di limone, d’acquavite, di caffè; il caffè e il tafiè (una sorta di bevanda ad infusione di colore rosso) sono le migliori bevande.

Il latte, la birra, massime se fresca e non ben depurata, il sidro, l’acquavite, il brandvin (brandy), il vino bianco e il vino dolce o mosto si devono evitare… i grandi mangiatori e i forti bevitori sono più specialmente esposti e colpiti dal cholera.

Occupazioni

Il lavoro soverchio sia di corpo sia di mente predispone al cholera. Per conseguenza, imminente e durante l’epidemia, fa d’uopo moderarsi e non eccedere nelle fatiche corporali e nelle occupazioni di spirito, evitando soprattutto le veglie protratte ed i lavori notturni.

Tranquillità d’animo

La tranquillità d’animo ed il coraggio, che non sia temerità, sono eccellenti preservativi dal cholera. Al contrario la paura ed il timore panico sembrano quasi attirare la malattia. Alla quale dispongono eziandio potentemente le impressioni morali violente, la collera, il terrore, i piaceri troppo vivi, la dissolutezza, ecc.

Verrebbe da dire che anche nel 1867 lo stress accumulato poteva favorire l’abbassamento delle difese immunitarie.

Nel secondo capitolo del regolamento si fa una sorta di riassunto con l’aggiunta e l’invito di tenersi lontani dai luoghi affollati cercando di evitare per quanto possibile i contatti troppo ravvicinati.

Si stia lontani dai ritrovi, né si frequentino i teatri, i caffè e quei luoghi dove v’ha accolta di molte persone, massime se questi sono relativamente angusti e molto illuminati, perché l’aria vi è viziata e l’inquinamento di essa è una delle principali cause della malattia che si mira a prevenire.

Infine nel terzo capitolo si affrontano le problematiche dovute all’assistenza dei malati e al tipo di cure da prestare, vengono descritte in maniera dettagliata i sintomi che colpiscono i malati, si parla di: …sconcerti di stomaco, gorgoglio di intestini, spossatezza, stordimento ecc.

Ma la cosa più interessante che ci riporta agli odierni clamori è la parte che avverte la popolazione a non prestare fede alle dicerie, ai rimedi improvvisati, alle notizie fantasiose, insomma come diremo oggi alle fake news. …Non si presti fede ai vantati specifici, chè pur troppo finora non si conosce né si possiede alcun rimedio o mezzo che abbia la virtù di prevenire o di guarire sicuramente il cholera. ( il vibrione del colera venne isolato solo intorno al 1880 e solo allora si comprese che il principale mezzo di diffusione dell’infezione era l’acqua contaminata). Tutti i pomposi annunzi di specifici anticolerici che si leggono, non hanno altro scopo che quello di usufruttuare la credulità del pubblico, il quale, affidandosi alla pretesa efficacia degli elixir e degli innumerevoli rimedi empirici che si spacciano contro questa malattia, perde un tempo prezioso ritardando ad intraprendere una cura razionale, la sola da cui si possa sperare un favorevole risultato.

Il contagio non accennava a diminuire e l’affollamento che si determinava nei giorni festivi presso le chiese e i santuari della provincia inducevano la Regia Prefettura a stampare in fretta e furia dei manifesti con l’obbligo di affiggerli in tutti i comuni.

La Regia Prefettura a meglio tutelare le condizioni sanitarie, notifica di sospendere sino a nuovo avviso le Fiere nei diversi Comuni della Provincia, e di chiudere al Pubblico i Santuarii della Madonna del Monte di Varese colle adiacenti Cappelle e della Madonna del Soccorso nella Tremezzina, sì dà avviso che la chiusura stessa viene estesa ai Santuarii di Alzate ed Imbevera, e che rimangono pure formalmente sospese tutte le Sagre. Como 28 giugno 1867

Purtroppo ai primi di luglio la situazione cominciava a divenire insostenibile, i contagi aumentavano in maniera esponenziale, non si sapeva dove collocare i malati e il poco personale sanitario coadiuvato da religiosi e dalle autorità comunali non erano in grado di sopperire alla propagazione incontrollata del contagio. L’8 luglio 1867 la prefettura di Como emise una nuova circolare sanitaria, la numero 115 che si avvaleva dei consigli dispensati dall’autorità statale e in particolare dal Consiglio Superiore di Sanità Pubblica.

Nei 15 punti principali si raccomandava sostanzialmente di affidarsi alle cure dei medici, di ricorrere alle cure nel momento in cui si fossero manifestati i primi sintomi della malattia, di mantenere una cospicua distanza tra i malati e le solite raccomandazioni di pulizia della persona e delle suppellettili che venissero in diretto contatto coi contagiati. Come disinfettante veniva usato il cloruro di calce e tanto cloro, si pensava che più forte e insopportabile fosse l’odore del cloro, maggiore fosse la possibilità di inibire il potere contagioso del morbo. …nel luogo in cui si depongono i cadaveri dei cholerosi, si tengano vasi per esalazioni continue di cloro, fino che almeno non ne possa soffrire la respirazione delle persone che vi si introducono.

Una volta sopraggiunta la morte non restava che disinfettare la casa del contagiato e bruciare i vestiti e gli oggetti appartenuti al malato, neppure i materassi venivano risparmiati, questi ultimi non erano che sacchi di tela per lo più riempiti di foglie di granoturco e paglia. …i signori sindaci cureranno che le stanze state occupate dai cholerosi curati a domicilio siano con diligenza disinfettate, e che siano abbruciate la paglia e le foglie secche dei sacconi su cui hanno essi giaciuto per le quali la disinfezione non è garanzia sufficiente.

I comuni colpiti dal morbo diventavano improvvisamente delle zone rosse da cui non si poteva ne uscire ne entrare e anche in questo caso la vigilanza spettava ai sindaci. …i sindaci cureranno altresì che i mendicanti, gli oziosi ed i vagabondi, i quali si trovano nel rispettivo comune, vi si trattengano, impedendo così che si rendano tramite di contagio con la vita nomade a cui sono dediti. La circolare dell’8 luglio raccomandava ai signori medici di segnalare tempestivamente al municipio ogni caso di colera o di sospetto colera, inoltre non veniva trascurato l’aspetto scientifico, si invitavano i medici a stilare relazioni dettagliate sulle cause del contagio e sul decorso della malattia, sul periodo di durata e sul sistema di cura della stessa.

In ultimo si diede luogo ad una vera e propria schedatura attraverso un apposito modulo che i sindaci avevano l’obbligo di trasmettere all’Ufficio del Circondario.

Modulo:

a) Il nome e cognome della persona colpita o morta;

b) L’età;

c) Lo stato di famiglia, se celibe, coniugato o vedovo;

d) La professione o mestiere;

e) La situazione economica, vale a dire se agiato, mediocre o povero;

f) Il giorno in cui fu colpito, e pei morti il giorno anche del decesso;

g) Se la cura ha o ha avuto luogo a domicilio, oppure allo Spedale;

h) Se il colpito o morto di cholera abitava nel capoluogo del Comune, oppure in una borgata o casa sparsa;

i) Se vicino alla casa d’abitazione vi sieno acque stagnanti od altre cause d’insalubrità;

l) Se, conoscendosi, il colpito abbia dato causa al male con qualche disordine o intemperanza, e di che natura;.

Anche il prefetto evidentemente si rendeva conto del carico di lavoro e della sofferenza che in quei tragici giorni si riversava sui sindaci che si trovavano in prima linea contro un evento di non facile gestione e chiudeva la Circolare con parole di comprensione. Il sottoscritto conosce l’amore dei signori Sindaci per la cosa pubblica, e va sicuro che mentre essi si presteranno all’occorrenza con abnegazione e carità, vorranno anche adoprarsi perché le chieste notizie riescano possibilmente complete ed esatte.

Il 7 di luglio il prefetto con apposita ordinanza aveva provveduto alla chiusura di tutti i mercati settimanali, permettendo sulle piazze e le strade pubbliche solo lo smercio giornaliero dei generi di prima necessità. Venivano provvisoriamente sospese tutte le funzioni religiose solenni e contemporaneamente venivano chiuse tutte le scuole pubbliche e i convitti pubblici e privati della provincia, in particolare nella medesima ordinanza venivano rivolte ai proprietari degli opifici alcune norme da rispettare.

Il comune di Ponte Lambro e tutti i comuni che accoglievano gli stabilimenti lungo l’asta del Lambro erano particolarmente interessati a questa ordinanza e ancora una volta spettava ai sindaci far rispettare la legge.

I Proprietari e Conduttori delle Filande ed Opifici dovranno:

a) Tenere i loro Stabilimenti puliti e ben ventilati;

b) Non protrarre al di là di ore 12 per giorno il lavoro degli operai;

c) Concedere ai lavoranti ogni giorno due ore di riposo, dalle 11 antimeridiane al tocco, o dalle 12 meridiane alle 2 pomeridiane;

d) Assicurarsi della bontà dei cibi di cui gli operai stessi fanno uso, e provvedere che ai medesimi non manchi durante il giorno una minestra calda.

Purtroppo conosciamo le condizioni di lavoro a cui erano sottoposti gli operai delle filande alla metà dell’ottocento, a Ponte Lambro nel 1885 a fronte di una popolazione di 990 abitanti gli impiegati negli stabilimenti erano circa 800 tra uomini donne e fanciulli, di età compresa tra i cinque e i dodici anni. Le condizioni di salute di questi fanciulli erano precarie, costretti ad assumere per un tempo prolungato posture obbligate e dannose, a respirare un’aria avvelenata, malattie come la tubercolosi e la scrofolosi erano ampiamente diffuse e l’aspettativa di vita era di circa venticinque anni.

Le operaie erano costrette a lavorare in un ambiente afoso, a circa 50 gradi di temperatura. L’aria era carica di un vapore nauseabondo, che tendeva a trasformare l’ambiente in una sorta di stufa permanente; le finestre dovevano rimanere chiuse, per evitare che l’aria spostasse il filo di seta negli aspi e per mantenere un’umidità costante, necessaria a filare la seta.

Possiamo immaginare come le prescrizioni dell’ordinanza venissero rispettate.

Il 12 luglio si rende necessario intraprendere i primi provvedimenti di carattere economico e si devono invitare i comuni, le Opere Pie e le Congregazioni di carità ad attivarsi.

Non esisteva il servizio sanitario nazionale, le cure e le medicine dovevano essere pagate nell’immediato, non esistevano ammortizzatori sociali e si doveva ricorrere alla carità di qualche anima pia o ai miseri sussidi che forse giungevano dai comuni.

La perdita di un familiare in età da lavoro o peggio del capofamiglia poteva gettare nella miseria il nucleo familiare che da esso dipendeva.

La Circolare 118 era rivolta ai Presidenti delle Congregazioni di Carità, ai Presidenti delle Opere Pie, ai Direttori delle Casse di Risparmio e ai Sindaci della Provincia e con tono mesto ed accorato chiedeva la collaborazione di tutti per raccogliere i denari necessari per aiutare i più bisognosi.

Una grave sciagura ha colpito parecchi Comuni della Provincia; in pochi giorni il cholera ha fatto molte vittime e gettato intiere famiglie nell’assoluta miseria. A queste famiglie conviene provvedere: prive del bisognevole, senza mezzi, con l’animo abbattuto dalla perdita avuta, sono desse molto predisposte a subire e tramandare il contagio…

Finalmente si cominciavano a stanziare dei fondi, la sola Deputazione Provinciale assegnava allo scopo diecimila lire. Seguivano poi istruzioni dettagliate sulla raccolta e la distribuzione dei fondi.

Grande affidamento veniva fatto sulla carità privata.

Le complicazioni seguite alle istruzioni poco chiare di questa circolare crearono non pochi problemi ai sindaci, il numero dei contagi saliva e le richieste di sussidi ingolfavano gli uffici comunali, infatti il 18 luglio ci fu bisogno di una nuova circolare esplicativa, in cui venivano richieste informazioni dettagliate sui malati.

a) il numero e l’età delle persone che formano la famiglia dell’attaccato o morto di colera, indicando per ciascuna i vincoli di parentela che l’uniscono all’attaccato o morto, vale a dire se figlio, moglie, padre, ecc.

b) il mestiere che esercitava il colpito o defunto, la sua età e le condizioni economiche nelle quali lascia la famiglia. Oltre a ciò i signori Sindaci dovranno, nella lettera che accompagnerà ogni proposizione di sussidio, indicare il numero dei colpiti di colera che si sono avuti in Comune.

Tuttavia col propagarsi del contagio cominciavano le defezioni anche tra le autorità preposte alla gestione dell’emergenza, non di rado gli stessi sindaci si sottraevano al loro ruolo preferendo abbandonare il proprio comune per rifugiarsi in luogo sicuro lontano dal contagio.

Il primo di agosto il prefetto dovette intervenire con una circolare che portava in oggetto l’inequivocabile titolo di: Provvedimenti, vale la pena riportare il testo della circolare per rendersi conto di quanto difficile fosse operare in una situazione di emergenza non avendo a disposizione che pochi mezzi, per lo più insufficienti.

Lo scrivente ha avuto luogo di notare che alcuni Sindaci omettono di denunciare con regolarità all’Uffizio del rispettivo Circondario i casi di colera che man mano accadono nei proprii Comuni, e che alcuni altri, fortunatamente pochi si sono allontanati dalla loro residenza al primo comparire del morbo, oppure già assenti, o non si curano di ritornarvi, o tratto tratto vi ritornano per ripartirne subito dopo.

Il prefetto poi li esortava e li lusingava.

La presenza dei Sindaci infonde coraggio agli amministrati e rende più spediti i provvedimenti da adottarsi. Certo il rimanere in Comune può a qualche Sindaco costare il sagrifizio dei proprii interessi o delle proprie abitudini, ma ne avrà esso larga ricompensa nella gratitudine dè suoi amministrati, nel compiacimento di avere adempiuto al proprio dovere.

Infine non mancava di avvertirli che una volta terminata l’emergenza il loro comportamento, nel bene e nel male sarebbe stato debitamente valutato.

Chi scrive spera che ad entrambi i lamentati inconvenienti sarà, ove ne sia bisogno, riparato; nel tempo stesso assicuro i signori Sindaci che non mancherà di segnalare al Governo quelli fra loro che maggiormente si saranno distinti per zelo, carità ed abnegazione, come all’occorrenza non potrebbe dispensarsi di informarlo anche di quei pochi che riconoscerà al disotto del loro compito.

Il 12 agosto la prefettura era costretta ad intervenire a fronte della continua violazione delle norme che vietavano le processioni religiose e gli assembramenti che si verificavano in occasione dello svolgimento delle stesse favorendo il propagarsi del contagio. Nei casi di epidemia era pratica comune e diffusissima affidarsi alle credenze religiose, a preghiere riparatrici o a particolari invocazioni volte a scongiurare le sciagure provocate dalle malattie. Gli esempi storici non mancano, fin dai temi della cosiddetta peste manzoniana, le processioni per le strade cittadine recando il “Santissimo” con numerosa partecipazione di popolo erano all’ordine del giorno, così come le invocazioni ai santi ritenuti protettori dal flagello delle epidemie. Nella nostra zona fino dai tempi delle pestilenze San Rocco e San Sebastiano godevano di una particolare devozione proprio per questi casi. In casi del genere però le autorità non potevano esimersi dall’intervenire e ancora una volta i sindaci erano chiamati a far rispettare le legge procedendo alla denuncia di coloro che violavano le norme, in questo caso i sacerdoti.

In base delle facoltà impartite col n. 4 dell’art. 12 del Decreto 16ottobre 1861 n. 273, ed in coerenza alle successive istruzioni ministeriali dell’Interno, di Grazia e Giustizia e dei Culti 19 settembre e 16 agosto 1865 sull’autorizzazione delle processioni nelle pubbliche vie, come di qualunque esterna funzione religiosa, si previene che, qualora si volessero eseguire senza il proscritto speciale permesso del sottoscritto, che in ogni caso sarà preventivamente portato a cognizione dell’Autorità locale di Pubblica Sicurezza, dovrà tale violazione essere punita a tenore degli art. 26 e 117 della Legge sulla Pubblica Sicurezza. Ciascun Sindaco o Delegato dovrà procedere… denunciando immediatamente il fatto all’Autorità Giudiziaria…

Il 17 agosto si dovette intervenire di nuovo sulla medesima questione vietando anche le celebrazioni dei funerali. A schiarimento della Circolare 12 corrente mese si osserva che nelle processioni lungo le vie e nelle funzioni religiose esterne sono compresi gli accompagni funebri che eccedano il puro bisogno del rito in forma privata; avendo detta sospensione unicamente per iscopo di impedire qualunque agglomeramento di persone; e ciò in causa di sanità pubblica perdurante le attuali dolorose condizioni igieniche della Provincia. Qualunque riunione quindi di persone, sia in abito borghese,di confraternita od ecclesiastico, è egualmente vietata; e nel caso di contravvenzione si procederà a termini della surriferita Circolare. E’ poi pregato ciascun Sindaco a far conoscere il tenore della presente ai Parrochi onde non ne alleghino ignoranza…

Durante l’epidemia di colera del 1855 secondo uno studio del dott. Giuseppe Bubola che operava nei dintorni di Padova si notò che gli abitanti a cui era stato inoculato il vaccino contro il vaiolo, chiamato allora virus vaccinico difficilmente si ammalavano di colera.

In quel tempo il vaiolo al pari del colera provocava ancora numerosi decessi ed era considerato una vera e propria piaga. Le vaccinazioni antivaiolose venivano praticate annualmente o in occasione di campagne di vaccinazione promosse dal governo o dagli organi sanitari, in realtà la pratica vaccinica si praticava in fretta e furia anche durante le epidemie che esplodevano qua là lungo la penisola.

La Circolare della Provincia di Como del 28 agosto 1867 prendeva spunto da una nota del Consiglio Superiore di Sanità che invitava i medici ad una sorta di indagine statistica sui pazienti che erano stati vaccinati contro il vaiolo e non avevano contratto il colera o si erano ammalati in forma lieve.

…In questa Provincia, di cui molti Comuni, prima di venire infetti dal cholera, lo furono in varie proporzioni dal vaiuolo, ai Medici conscienziosi e zelanti è aperta più facile via a raccogliere preziose osservazioni, indagando se i guariti dal primo, od i rivaccinati per evitarlo, andarono immuni dal secondo, o se ne ebbero modificazioni e quali. Nei Comuni poi in cui il cholera ebbe a manifestarsi, vorranno fare speciale attenzione all’età dei bambini e dei ragazzi che ne furono colpiti, notando se, e con qual esito, ed a quanta distanza dalla malattia, avessero prima subita la vaccinazione. …bisognerà pure tener calcolo del maggiore o minore pericolo, in cui, per contatto, per vicinato o per altra circostanza qualunque, si trovarono i singoli individui di contrarre il male.

La Circolare chiudeva esortando i medici a stilare uno speciale rapporto con tutte le osservazioni notate entro il mese di gennaio. Saranno anche questo tipo di statistiche che permetteranno negli anni successivi ad individuare le cause del proliferare del colera e di altre malattie permettendo di attivare le necessarie norme igieniche volte a scongiurare i contagi.

Nella Circolare n. 137 del 29 agosto abbiamo notizia di reclami di persone a cui veniva impedita la libera circolazione. Le misure restrittive disposte dalla prefettura si limitavano ad evitare gli assembramenti ma non ponevano limiti alla circolazione delle persone, tranne che per i vagabondi e i girovaghi, evidentemente alcuni sindaci erano intervenuti con misure più restrittive provocando l’ira di qualche personaggio importante che ne aveva informato il prefetto.

Vale la pena riportare per intero la Circolare per avere uno spaccato della reale situazione.

Frequenti sono i reclami che giungono a quest’Ufficio perché in alcuni Comuni o si respingono le persone provenienti da altri Comuni infetti dal cholera, oppure si sottopongono ad una contumacia di uno o più giorni. Entrambe queste provvidenze, ove attivate, eccedono le attribuzioni delle Autorità Comunali e violano le Leggi generali del Regno. I signori Sindaci e le Commissioni Municipali di Sanità ponno prescrivere e sottoporre a suffumicagioni disinfettanti tutte le persone che si recano sul territorio del rispettivo Comune, non mai impedirne o limitare la libera circolazione. Egli è vero che i fatti lamentati fin qui avvennero in pochissimi Comuni; nullameno ho creduto di farne argomento d’una apposita Circolare nel fine che qualche altro Sindaco, cedendo alle angustiose preoccupazioni degli animi,non si lasci trascinare a provvedimenti che io dovrei revocare.

Insomma le persone potevano essere affumicate per bene ma non gli si poteva impedire di circolare liberamente.

Con la fine di agosto il contagio diminuisce e commercianti e industriali cominciano a richiedere la sospensione di alcuni provvedimenti, ma la prefettura non è dello stesso avvivo ed emana una circolare che frena gli entusiasmi.

Alcune Giunte e parecchi privati cittadini mi vengono presentando istanze perché revochi la sospensione dei mercati.

…La salute pubblica volge al meglio; il cholera in molti Comuni è scomparso, in altri va decrescendo… …occorre che le Pubbliche Autorità ed i privati cittadini insistano ancora per poco nell’osservanza delle misure fin qui praticate con profitto. Revocandole prematuramente, e finché rimangono nella Provincia moltissimi centri d’infezione, si potrebbe, con l’agglomerazione delle persone, far ricomparire il cholera dove è fortunatamente cessato…

…Si persuadano i signori Sindaci, e a loro volta facciano persuasi i loro amministrati che gli interessi materiali di questa Provincia mi stanno vivamente a cuore, e che appena appena le condizioni sanitarie il permetteranno, sarà mia cura revocare tutti quei provvedimenti che, se tornarono di pregiudizio agli interessi degli abitanti, o sospendendo, le negoziazioni od incagliando il commercio, ebbero però l’efficacia di tutelarne la salute.

Il 4 settembre il prefetto era costretto nuovamente ad emettere una Circolare che richiamava i proprietari degli opifici ad un comportamento più corretto nei confronti degli operai.

Capitava spesso che dei piccoli focolai di contagio avvenivano all’interno degli stabilimenti dove lavoravano ammassati centinaia di lavoratori, nei comuni di Ponte Lambro, Caslino d’Erba ed Incino avevano sede numerosi opifici che impiegavano numerosa mano d’opera proveniente anche da paesi limitrofi.

I proprietari temendo il propagarsi del morbo, allontanavano gli operai infetti ai primi segnali di contagio, rimandandoli nei paesi di residenza, favorendo l’espandersi del male nelle famiglie e il risorgere del contagio in quei comuni dove il colera era stato da poco debellato.

La prefettura richiamava i proprietari delle industrie con tono paterno senza calcare troppo la mano.

Accade talvolta che i proprietari degli opifici esistenti in questa Provincia rimandano gli operai colti da improvviso malore prodromo di cholera, al Comune al quale gli operai stessi appartengono. Questa misura, applicata quasi sempre con precipitazione, ha non di rado peggiorato grandemente la salute dell’operaio e compromessa quella del Comune a cui era diretto.

…i proprietari degli opifici, pur curando la salute dei loro dipendenti, hanno doveri da compiere verso gli individui, come verso la società. Ella signor Sindaco faccia sentire ai proprietari stessi, che debbono curare in luogo appartato… …quegli operai che ammalati improvvisamente non ponno senza pericolo reggere ai disagi di un viaggio, e che quando rimandano un operaio deggiono preavvertire il Sindaco del luogo ove è diretto… …Io spero che l’efficace parola della S.V. avvalorata dai sentimenti di umanità che sono lieto di riconoscere nella gran maggioranza dei proprietari di opifici della Provincia, basterà ad impedire che si riproducano i fatti luttuosi, non ha molto avvenuti…

Evidentemente i fatti luttuosi di cui parlava il prefetto non dovevano essere stati pochi se si era ravvisata la necessità di emettere una Circolare apposita.

Finalmente alla metà di settembre le condizioni sanitarie migliorano e le autorità si decidono a revocare le misure prese in precedenza.

Con la Circolare n. 152 del 15 settembre 1867 il prefetto Scelsi informa i sindaci delle misure di revoca adottate dal Consiglio Provinciale di Sanità.

Il Consiglio Provinciale di Sanità, in seduta tenuta ieri, manifestò l’avviso che, in presenza delle migliorate condizioni sanitarie della Provincia, fossero da revocarsi i divieti dei mercati e delle fiere, e le disposizioni relativa alle funzioni religiose, alla chiusura dei Santuari ed agli accompagnamenti dei trasporti funebri.

…I signori Sindaci favoriranno di portare ciò a conoscenza del pubblico con appositi manifesti, non senza avvertire che per le processioni religiose esterne rimane fermo l’obbligo di chiedere volta per volta un permesso speciale, e che il commercio degli stracci è sempre regolato…

Terminata l’epidemia si rendeva necessario un bilancio non solo sul numero delle vittime e dei contagiati, ma un indagine più accurata e profonda che doveva servire di ammaestramento per il futuro. Alla fine dell’Ottocento si cominciava ad avere un approccio scientifico e di studio metodologico verso tutti gli avvenimenti e in particolar modo in campo sanitario.

La Circolare del 16 settembre rivolta Ai signori Sindaci dei Comuni infestati dal cholera, si rivolgeva perlopiù ai medici che avevano operato sul campo e si erano trovati a stretto contatto con la malattia verificandone le cause e il decorso.

…Dai Medici che assisterono i cholerosi i signori Sindaci si procureranno quindi una relazione nella quale siano indicati:

a) Le cause alle quali furono attribuiti i primi casi di cholera, avendo cura di accennare se i primi colpiti hanno avuto comunicazioni con individui provenienti da luoghi infetti;

b) I sintomi principali che precederono ed accompagnarono la malattia;

c) I metodi di cura tentati o seguiti, ed i risultati ottenuti;

d) Quelle altre osservazioni che i Medici stessi credessero meritevoli di qualche attenzione.

Finalmente dopo la metà di settembre l’epidemia cessò e non si verificarono altri casi di contagio almeno nella Provincia di Como, che tutto sommato aveva registrato un numero contenuto di vittime, peggio erano andate le cose nelle provincie di Bergamo e Brescia, colpite in modo più tragico.

Le vittime nella sola città di Bergamo furono 3.817, l’epidemia si spostò poi in Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna e in Sicilia continuando a mietere centinaia di vittime.

Come era tradizione di quel tempo un Regio Decreto del re Vittorio Emanuele II, controfirmato dal Presidente del Consiglio Urbano Rattazzi istituì una medaglia di riconoscenza ai benemeriti della salute pubblica e il prefetto di Como trasmetteva ai sindaci un’apposita Circolare datata 18 settembre 1867 invitandoli a segnalare, secondo dettagliati criteri, coloro che si erano particolarmente distinti e prodigati nell’aiuto ai colerosi.

… Il Ministero ha incaricato il sottoscritto di raccogliere i fatti che nella epidemia cholerica dell’anno in corso fossero meritevoli di speciale attenzione, per sottoporli all’esame delle Commissioni Circondariali incaricate di presentare le proposte delle medaglie da conferirsi…

Anche in questo caso i dati che venivano raccolti dovevano essere molto dettagliati e accompagnati da una testimonianza scritta che avvalorasse i meriti.

a) Indicato nome, cognome, età, professione e stato di famiglia del premiando;

b) Descritto le azioni compiute durante il morbo, credute meritevoli di premio;

c) Accennate le circostanze che ponno aumentare o diminuire il pregio delle azioni stesse;

d) Proposta la ricompensa, vale a dire la medaglia di bronzo, d’argento o d’oro;

e) Allegato ogni documento, dichiarazione o testimonianza che alla Giunta Municipale sembri opportuno alle successive decisioni della Commissione Circondariale.

…La medaglia di bronzo, d’argento o d’oro può conferirsi anche alle donne le quali, benchè mosse da naturale istinto di pietà a confortare la sventura, non hanno minor diritto degli uomini per aspirare ad una ricompensa…

Passato il periodo del contagio i Bollettini della prefettura di quell’anno continuarono ad informare i sindaci dei comuni occupandosi di tasse, di leggi elettorali, di arruolamenti della Guardia Nazionale e addirittura di una sottoscrizione per la costruzione di un monumento al frate Girolamo Savonarola a Ferrara. L’epidemia di colera era lontana e l’attenzione del governo era tutta concentrata sulle battaglie per la presa di Roma, ma evidentemente quel 1867 non fu tanto fortunato, proprio come questo 2020, persino Garibaldi venne sconfitto nella battaglia di Mentana. Ma questa è un’altra storia.

Aprile 2020

Bibliografia: Bollettini della Prefettura di Como Anno 1867 | Ponte Lambro “nella leggenda e nella storia” di Giusto Zappa 1944 | Erba e Incino 1861-1906 Mezzo secolo di vita di Alberta Chiesa 1982 |Vigne e folle a cura di Giancarlo Galli 1990 | Sito internet del Comune di Erba -parte storica-

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