Erba Redazionali

L’ultimo caffè, l’ultima Stella.

E’ un segnale, uno di quelli che rattristano e preoccupano, una sensazione che lascia una malinconia mista a stordimento. Mi succede sempre quando chiude un’attività commerciale. Succede di più se è un bar o un ristorante, forse perchè luoghi di chiacchiere e confidenze che svaniscono, dissolvendosi nelle immagini impresse nella memoria. E’ poi devastante, per me, se il locale in questione ha decenni e decenni di storia. Mi è accaduto con il bar Centrale, la Pizzeria Vispa Teresa, con l’Hotel Erba… e ora con la Stella Artois. Ha chiuso la Stella Artois, o locanda Belvedere per chi non ha mai accettato il nome ‘moderno’ legato alla birra. Questa volta non ho resistito e, prima di vederlo svanire o snaturato, ho chiesto un ultimo caffè, a locale già chiuso, per poter fare due foto e ‘congelare’ lo stato, fermare il tempo fino a qui. Volutamente vuoto, perchè parlassero i mobili, i muri, i quadri, i lampadari. Quasi cento anni, dal 1926. Ne parlo con Gianna e i figli Silvia e Marco. La musica, il fumo, le lamentele del vicinato negli anni d’oro quando la Stella chiudeva di notte… le partite dei mondiali, i battesimi, i matrimoni, le feste. Tutti ricordi che restano tra quelle mura. Nei sospiri di Gianna. Girano nel fondo del caffè della mia tazzina. Mi mostrano gli elementi più antichi: il pavimento, i lampadari… finanche il ferro piegato a gancio per abbassare la saracinesca… sempre quello, servitore muto e fedele per una vita. Mi mostrano il listino battuto a macchina, lo ricordo, ricordo il ‘mio’ panino. Le foto del nonno, delle bocce (fuori) e delle botti (sotto, in cantina). Cento anni scarsi, ricchi di storia. E si sente nell’aria e nelle parole il dispiacere. Il lutto.

Non mi piace fare l’ipocrita. Io non ci andavo da parecchio alla Stella, ma tempo fa sì, indico il mio tavolo preferito, mi rivelano essere ‘il cinque’. Ho inviato più volte mio figlio ad andarci, magari con gli amici… ma oggi i ragazzi hanno mille impegni, di corsa, poche occasioni di incontro. Sì, mi sento un po’ in colpa per non averlo più tanto frequentato.

Poi, finito il caffè, si accende una sigaretta e si passa inesorabilmente all’analisi generale odierna: le famiglie non hanno più soldi, la pandemia, la televisione, costa meno farselo da soli, la macchinetta del caffè a cialde… tutto sembra progettato per non fare uscire più di casa nessuno. E pare funzionare, a Erba pare funzionare bene. Così come funziona lo spostamento del baricentro della città verso l’esterno, per garantire il silenzio, la tranquillità ai cittadini del centro che ora dormono sereni, ma a che prezzo? E poi, dormire sereni in una città deserta e buia? Per vedere crollare il valore dei propri immobili? Per farsi fregare le targhe delle auto dai ragazzini? Per aver paura a scendere a portare la spazzatura? Abbiamo assistito alla trasformazione di un paese vitale in una città dormitorio, senza anima, senza gente, senza identità. Perchè si va al bar? Per incontrare gente, fosse anche solo il barista. Un saluto, una frase, un grazie. Sentirsi riconosciuti in quanto persone e quindi vivi. Pare non essere più un valore condiviso. Si condivide invece una foto di una tazzina di caffè su WhatsApp. Bah. La malinconia che già cantava Enzo Jannacci in ‘9 di sera: “… la gente a casa non è più come una volta, ora sono tristi e muti lì davanti alla tv…”  dove ‘tv’ può essere sostituita con ‘tablet’, ‘computer’, ‘smartphone’…

Come spiegheremo alle prossime generazioni il fumo, le risate, il vino, la birra, gli abbracci, gli amori nati negli angoli dei bar, negli angoli della città, sotto i lampioni, fuori dalla birreria chiusa…?

Nella speranza che sia solo un momento (o magari solo la mia età che avanza) e che qualcosa tornerà, di simile (mai più identico), invitandovi/ci  ad uscire, incontrare gente, fare un salto a bere qualcosa… ancora… guardo quest’ultima ‘stella’ spegnersi.

Io ho provato, in questi scatti, a catturare qualcosa, prima che sparisse, come un ghostbuster, e se guardate bene,  anzi ‘oltre’, sentirete ancora odori, chiacchiere e risate. Per chi non c’era e non c’è mai stato difficile capire.

Grazie Gianna, grazie Marco e grazie Silvia per il lavoro fatto e per quest’ultimo (ottimo) caffè.

(Luca Nava)

 

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2 Comments

  • Reply
    Maria Teresa Rancati
    31 Gennaio 2022 at 12:48

    Mi hai fatto piangere. Grazie.

  • Reply
    claudio farabola
    31 Gennaio 2022 at 18:17

    Mi viene in mente “una lacrima sul visooooo”, e poi mi rincuoro pensando a bei momenti che abbiamo passato, alle patatine fritte, al panino con wurstel e crauti ecc.. ad ogni mo modo la distanza (12.000 km) lenisce il dolore dell’assenza.

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