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Problemi globali impongono soluzioni globali

Malgrado il clima effervescente della politica italiana, sui problemi strutturali del paese l’intera classe politica continua a denotare una preoccupante carenza progettuale che non lascia presagire nulla di buono.

Nei prossimi anni il paese si troverà nel pieno di una “tempesta perfetta” che rischia di mettere in ginocchio un tessuto produttivo già provato dalla recessione del 2008 che ha messo a nudo alcuni limiti del capitalismo italiano di cui molti ignoravano l’esistenza.

Sarebbe utile ricordare che, nel 2015, i crediti deteriorati (cioè, le sofferenze, i cosiddett NPL, “Non performing loans”) che affliggevano il nostro sistema bancario erano pari al 16% del totale dei crediti contro il 3-4% di Germania e Francia.

Questa fragilità strutturale rischia, ora, di sommarsi in modo dirompente agli effetti della pandemia e di una recessione mondiale che si annuncia perfino peggiore di quella del ’29.

Il nostro paese, pertanto, risulta essere il più esposto alle conseguenze di una congiuntura planetaria che potrebbe, paradossalmente, consentire alle classi dirigenti di capire che il nodo gordiano delle economie occidentali è costituito dall’incapacità di disciplinare sul piano giuridico tutte le trasformazioni del sistema capitalistico: come dire, Diritto ed Economia viaggiano, ormai, su due binari diversi.

Restiamo ai fatti. Negli ultimi anni, le moderne tecnologie informatiche hanno conferito alla globalizzazione economica un’accelerazione poderosa e di dimensioni abnormi. I mercati sono stati, spesso, oggetto di incursioni finanziarie mai viste in precedenza, i capitali sono diventati sempre più volatili, col tempo l’economia ha assunto un ruolo sempre più ancillare nei confronti della finanza le cui dimensioni globali hanno finito per depotenziare la capacità di controllo e di governo degli Stati.

Dall’impotenza degli Stati nasce l’impotenza del Diritto la cui efficacia coercitiva, strettamente correlata al fattore territoriale, appare strutturalmente incapace di dispiegarsi all’interno di uno spazio globale.

Il vero dramma di ogni Stato, pertanto, è quello di doversi misurare con una mole crescente di problemi globali per risolvere i quali le soluzioni nazionali si rivelano fatalmente inadeguate.

A parte la finanza, terreno fertile per pirati e predatori, pensiamo all’immigrazione, al terrorismo, all’inquinamento, al trattamento fiscale delle multinazionali, alla protezione della privacy oppure alla tutela di marchi e brevetti. Ma, oggi più che mai, pensiamo anche alle pandemie che, stando alle previsioni, nei prossimi anni rischiano di non essere più una semplice emergenza a causa degli innumerevoli virus “liberati” dalle deforestazioni e dall’innalzamento delle temperature.

Come si può vedere, si tratta di problemi sovranazionali destinati ad avere un grande impatto, sia nella vita dei cittadini che nell’economia dei paesi, per cui risulta del tutto velleitario credere che ogni Stato possa “fare da sé”.

Dunque, per la prima volta nella storia, tutti i popoli del pianeta si vedono costretti a prendere atto che esistono problemi che travalicano i confini nazionali e, per questa ragione, impongono una risposta che rende necessaria la costruzione di un ordine giuridico mondiale.

Piaccia o no, la traiettoria della Storia imporrà a tutti gli Stati di concorrere alla creazione di una “governance globale” che postula la necessità di abbandonare ogni sorta di antagonismo.

La creazione di un sistema giuridico globale costituisce, pertanto, la sfida più difficile che nei prossimi anni le moderne democrazie saranno chiamate ad affrontare. Si tratta di una sfida culturale che misurerà il grado di maturità delle classi dirigenti nazionali che dovranno avere il coraggio di abbandonare il porto sicuro del piccolo cabotaggio per guadagnare il mare aperto della competizione e del confronto.

Come è già accaduto in passato, il capitalismo si sta trasformando e sta cambiando pelle. Questa capacità di reinventarsi rappresenta la chiave di lettura della capacità del capitalismo di sopravvivere ai grandi mutamenti delle istituzioni, delle società e delle idee. C’è una battuta mirabolante di John Maynard Keynes che tutti dovremmo ricordare, sovranisti compresi: “Quando cambiano i fatti, io cambio opinione. Lei cosa fa?”.

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1 Comment

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    Maria Teresa Rancati
    22 Giugno, 2020 at 21:23

    Sempre un piacere leggerti.

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