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Proporzionalismo e centrismo, vizi antichi di un paese che non cambia mai

Mentre il governo è intento a varare i progetti del Recovery, la politica italiana appare tutta proiettata sulla prossima competizione elettorale. Il dibattito pubblico dei prossimi mesi verterà, prevedibilmente, sul tema della legge elettorale che costituisce l’unico tema su cui i partiti si accorderanno facilmente. In questo senso, sarà utile non farsi gabbare dalle dotte disquisizioni sulle virtù del maggioritario e del bipolarismo perché, in realtà, la volontà di tutte le forze politiche è di ripartire dal proporzionale. C’è poco da fare, siamo un popolo proporzionalista per vocazione. Innanzitutto, lo siamo per paura. In Italia, infatti, non si punta tanto a vincere le elezioni ma ad evitare che siano gli altri a vincerle. Il sistema proporzionale crea quella rissosità che consente a chiunque di fingersi pompiere dopo essere stato incendiario, in omaggio alla tradizione trasformista di un paese abitato da camaleonti. Tutti i governi della Repubblica si sono distinti per la loro spiccata fragilità. Nella prima Repubblica il sistema proporzionale partorì una serie di governi di coalizione sempre guidati dalla Democrazia Cristiana la cui centralità all’interno del sistema politico italiano condusse De Gasperi a coniare la celebre definizione di “partito di centro che guarda a sinistra”. Quella espressione sintetizza il genio politico di un uomo che diede il battesimo a quella storica “conventio ad excludendum” che condusse fuori dall’area di governo sia la destra, erede del fascismo, che della sinistra, alleata di Mosca. Il “centrismo” divenne, pertanto, la formula politica con la quale la Dc si pose al centro del sistema politico legittimandosi come unica forza in grado di preservare le istituzioni democratiche. Nella cosmogonia politica di De Gasperi, il centrismo coincideva perfettamente con il governo: opporsi alla Democrazia Cristiana avrebbe significato, per chiunque, precipitare negli abissi dell’opposizione. La formula centrista, pertanto, finì per caratterizzare questa vocazione a governare il paese lontano dal fervore ideologico della destra e della sinistra. In questo senso, come scrisse Bobbio, centrismo e moderatismo finirono per coincidere. L’uomo di centro, aduso al potere, si professava, infatti, “moderato” in quanto l’arte del governo implica saggezza, pacatezza e rifiuto di quella contrapposizione manichea tipica delle ideologie. Da questa singolare geometria sortisce una peculiare tipologia di uomo politico che, negli anni a seguire, si trasformerà in un vero e proprio paradigma, non solo politico ma, perfino, antropologico: ancora oggi, “essere di centro” significa, naturaliter, essere misurati, composti, tolleranti. All’interno di questa cornice, la Democrazia Cristiana non fece alcuna fatica a farsi interprete di tutte le componenti della società civile riuscendo finanche a neutralizzare le pulsioni palingenetiche delle forze antagoniste. Si pensi al mondo del lavoro. Con grande abilità, la Dc fu in grado di non lasciare campo libero all’egemonia socialista e comunista. Il solidarismo interclassista divenne lo strumento per affermarsi nelle file del ceto medio e per insinuarsi nelle pieghe del movimento operaio attraverso un’attenta politica sociale che servì a mantenere alto il consenso anche tra le classi più povere. Sull’altro versante, la Dc riuscì a neutralizzare lo spirito revanscista della destra assorbendola e incorporandola. Questo consentì a molti esponenti del regime di riciclarsi e di trovare nella Democrazia cristiana la propria confortevole dimora creando un “continuum” tra Stato repubblicano e fascismo che, probabilmente, non ha mai conosciuto vere cesure. Anche da questo nascono tutte quelle opacità che contribuirono a incrinare l’immagine internazionale del nostro paese davanti agli alleati ai quali, per esempio, risulta incomprensibile l’episodio che ha per oggetto il giudice Azzariti. Gaetano Azzariti fu tra gli estensori delle leggi razziste varate dal regime nel 1938, nonché presidente del Tribunale della Razza. Questo non gli impedì di essere eletto, dapprima giudice e, subito dopo, presidente della Corte costituzionale (1958), con l’avallo del Partito Comunista. Possiamo definire serio un paese in cui sono accadute simili nefandezze? Ecco perché ci piace il sistema proporzionale, perché ci consente di restare come siamo: centristi, moderati, trasformisti e, non per ultimo, consociativisti, come dimostra questo dettaglio: subito dopo la guerra, Azzariti contribuì alla stesura dell’amnistia per i reati fascisti. Era stato Palmiro Togliatti ad insediarlo al Ministero di Grazia e Giustizia.

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