Un Paese Quasi

quel vuoto di idee che ha desertificato la politica italiana

Secondo una celebre battuta di Bismarck, “non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante una guerra e dopo la caccia”.

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Ammettiamolo, la politica italiana non ha mai conosciuto un livello di demagogia così smaccato come in questa campagna elettorale. Tra le promesse più diffuse e, diciamolo, più invereconde, va annoverata quella che ha per oggetto lo stipendio degli insegnanti che, solo ora, tutti i partiti sembrano aver scoperto essere tra i peggiori in Europa.

A parte questa amenità, il dibattito pubblico sembra ignorare i problemi che attanagliano il sistema scolastico italiano di cui, probabilmente, la retribuzione resta quello più grave. Ciò per svariate ragioni.

Innanzitutto per la scarsa capacità di attrazione che l’insegnamento esercita sui neo-laureati e, prima ancora, sulle scelte universitarie dei ragazzi diplomati. Per decenni il trattamento retributivo degli insegnanti è stato una sorta di tabù a causa delle ore di lavoro e delle “famigerate” vacanze estive.

Esisteva una specie di pudore, anche da parte dei professori, nel parlare di uno stipendio di cui, in verità, c’era poco da essere fieri. Oggi scopriamo che quello stipendio è così modesto da scoraggiare i ragazzi più talentuosi ad accostarsi all’esperienza scolastica. Le cronache raccontano che in diverse scuole della penisola non è possibile reperire docenti di Matematica per cui molti dirigenti scolastici si vedono costretti ad assumere ragazzi universitari non ancora laureati i quali trovano in quell’impiego un modo per sbarcare il lunario: naturalmente, una volta laureati, scapperanno via a gambe levate.

Immaginate un ragazzo laureatosi brillantemente, con 110 e lode, tesi pubblicata e con tanto di encomio, entrare nella scuola e percepire uno stipendio mensile di 1.500 euro. Guardandosi intorno, con profondo sconforto vedrà che insegnanti attempati con 40 anni di insegnamento percepiscono uno stipendio di soli 500 euro in più del suo (praticamente, un aumento stipendiale annuo di 12,5 euro..).

A volte ci si chiede come faccia la scuola italiana ad andare avanti. Va avanti, semplicemente, per la grande passione di tanti insegnanti i quali, oltre ad esercitare un ruolo economicamente senza prestigio, col tempo hanno visto svilire la propria funzione a causa di un asfissiante burocratismo fatto di innumerevoli adempimenti e di inutili formalismi, spesso insensati e, quindi, frustranti.

Il sistema scolastico italiano, pertanto, ha sempre sottovalutato l’aspetto retributivo dei docenti e ora ne stiamo pagando le conseguenze. Per decenni abbiamo ignorato i problemi della scuola italiana e l’impoverimento, economico e culturale, del paese.

Si tratta, invero, di due facce della stessa medaglia. Non investire nell’istruzione ha portato tanti nostri ragazzi ad andare all’estero in cerca di un lavoro più gratificante e remunerativo. Si tratta di una beffa clamorosa per un paese che, dopo avere formato le proprie intelligenze (accollandosene i costi), accetta di perderle con sconsolante indifferenza. I segnali di questo declino erano già emersi alla fine degli anni Ottanta ma la nostra classe dirigente ha finto di non vedere volgendo lo sguardo altrove. Oggi quel declino si è completato e lo si vede in tutti i campi.

Salvo rare eccezioni, non abbiamo più le grandi eccellenze del passato e, se le abbiamo, vanno a comporre quella gerontocrazia di cui hanno ragione a lamentarsi i nostri giovani ai quali viene sottratta la possibilità di esprimere in patria il proprio talento. Decisamente, non siamo un paese per giovani. Siamo un paese vecchio, imbolsito, rassegnato a vivacchiare. Gli stipendi da fame dei nostri professori rappresentano la perfetta metafora di una nazione che non ha mai voluto investire sull’istruzione, sulla ricerca, sul sapere. La campagna elettorale in corso dimostra, pertanto, la mediocrità di una classe politica che ha paura di confrontarsi con il mondo che cambia.

Per questo non le interessa la scuola, perché la inchioderebbe davanti alla sua desolante incapacità di interpretarlo. A questo serve la demagogia che ci viene generosamente ammannita in questi giorni, a nascondere quel vuoto di idee che ha desertificato la politica italiana in cui si agitano mestamente le ombre di quelle anime morte narrate da Gogol.

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