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Un paese diviso perfino nell’emergenza sanitaria

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Pochi giorni dopo aver ottenuto la fiducia dalle Camere, Mario Draghi ha già potuto sperimentare la miopia di una classe politica che sembra essere un mondo opposto e parallelo alla squadra di tecnici nominati dal premier per tentare di riformare un paese di cui la pandemia ha fatto esplodere i gravi limiti evidenziandone, altresì, ritardi e inadempienze. Politici, da una parte, e tecnici, dall’altra, sembrano avere una cognizione antitetica del tempo, un orizzonte temporale diacronico che denota un ritmo e un “passo” che risultano inconciliabili. Infatti, mentre i tecnici coltivano lo sguardo lontano delle riforme, i nostri politici seguitano ad arrabattarsi in quel piccolo cabotaggio che si compone di sondaggi, di “politique politicienne”, di esercizio quotidiano di un potere la cui unica preoccupazione resta quella di autoperpetuarsi: il potere che alimenta potere, il potere che distribuisce potere e, ancor peggio, il potere che ostenta potere. Null’altro.

Anche in occasione della formazione di un governo che avrebbe dovuto essere una sorta di distintivo da esibire in Europa, abbiamo assistito all’ennesima, miseranda esibizione di una classe politica che stenta ad affrancarsi da quelle figure che, a vario titolo, hanno concorso a portare il paese sull’orlo del baratro.

Dopo l’infelice ripescaggio di alcuni ministri dal passato non proprio glorioso, sarebbe stato lecito attendersi da Mario Draghi una squadra di sottosegretari di ben altra caratura ma, probabilmente, era il prezzo da pagare per la libertà goduta nella scelta dei tecnici e (detto a bassa voce) per guadagnarsi con merito il Quirinale.

Sotto la pressione dei ministri “politici” e di questa allegra masnada di sottosegretari, risulta del tutto velleitario parlare di riforme “strutturali” per cui è facile prevedere che ogni proposta proveniente dai “tecnici” abortirà sul nascere sotto il fuoco incrociato dei partiti che, a quanto sembra, paiono poco propensi a deporre le armi.

Negli intendimenti di Mattarella, il nuovo governo avrebbe dovuto pacificare il clima politico obbligando tutte le forze politiche a voltare pagina sotto l’incalzare di una crisi economica che la pandemia ha reso drammatica. Di contro, ci troviamo davanti ad una pace armata dagli equilibri precari che costringerà il premier ad un paziente lavoro di sutura di tutte le ferite che quotidianamente gli toccherà medicare.

La politica farà di tutto per “addomesticare” Mario Draghi limitandone il perimetro a due soli temi: pandemia e Recovery fund. Sul resto, l’azione di governo sarà prevedibilmente sterilizzata da una serie di veti incrociati che sortiranno dalla coesistenza coatta di forze strutturalmente incompatibili che, a parte i rancori del passato, continuano, comunque, a coltivare visioni del mondo, valori culturali e riferimenti sociali che risultano inconciliabili.

Questo è il vero dramma che costringerà, ben presto, Mario Draghi a prendere atto che governare questo paese non è come governare la Bce, che non è un caso che, in Italia, la durata media di un governo sia di 13 mesi, che dovrà vincere la tentazione di pensare, alla fine di qualche giornata infausta, che “governare l’Italia non è difficile, ma impossibile”.

In ogni caso, nell’immediato, il nuovo governo è chiamato ad organizzare la campagna vaccinale e a fronteggiare la pandemia. Nulla di più complicato visto il recente andamento dei contagi e le previsioni dei virologi secondo i quali la famigerata “variante inglese” avrebbe una diffusività incomparabilmente superiore a quello del ceppo originario. Non dimentichiamo che, per questa ragione, l’Inghilterra da 8 settimane è in totale lockdown (in sole 4 settimane, gli inglesi sono passati da 10 mila a 70 mila casi al giorno, con un picco di 2.000 morti al giorno).

Bene, anche davanti ad una emergenza sanitaria di tali proporzioni, non abbiamo saputo resistere alla tentazione di conferire una connotazione politica perfino alla pandemia. Si ponga mente a questo dato. Esiste una parte del paese, che si identifica con l’area del lavoro autonomo, che non accetta le restrizioni perché, si sente dire, “se il Covid è un rischio, la povertà è una certezza”.

Questa parte costituisce tradizionalmente il bacino elettorale della destra ed è per questo che Matteo Salvini seguita a fare opposizione fingendo di non stare al governo. Di contro, l’area del lavoro dipendente, che storicamente si riconosce nella sinistra, tende a difendere le restrizioni perché non vuole rischiare di morire di Covid, avendo la certezza di non morire di fame.

Plasticamente, anche se un po’ semplicisticamente, abbiamo disegnato il ritratto di ciò che siamo e di ciò che siamo sempre stati. Come diceva Longanesi, “sulla bandiera italiana, dovrebbe esserci questa scritta: tengo famiglia”. Questo è il paese che Mario Draghi, detto “Supermario”, dovrà governare, con la saggezza e la sagacia che tutti gli riconoscono. Lo faccia senza pentirsene.

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