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Uno Stato incapace di gestire il suo patrimonio

Dopo un anno e mezzo di governo, non si può escludere che Mario Draghi abbia la tentazione di credere che “governare gli italiani non sia difficile, ma inutile”.

Le occasioni per pensarlo non si contano posto che, al di là delle conclamate diversità, ogni partito, ogni leader, diciamo pure, ogni esponente politico (con qualche rara eccezione), ha sempre dimostrato di avere scarsa considerazione dell’interesse generale.

L’Italia resta il paese delle lobby, delle corporazioni e delle camarille che non esitano a depredare la casse dello Stato se questo serve a tutelare gli amici o gli amici degli amici.

Questa amara constatazione, dal vago sapore populista, trova, purtroppo, conferma nei dati che ci accingiamo ad illustrare da cui si evince, in modo inequivocabile, che il vero populismo è di chi continua a nutrire fiducia in un ceto politico che avrebbe urgente bisogno di un salutare lavacro.

Come sappiamo, il primo gennaio 2023 prenderanno avvio le gare per la gestione delle concessioni marittime, fluviali e demaniali. Pertanto, dal primo gennaio del 2024, i vincitori potranno subentrare agli attuali gestori degli impianti i quali, come è noto, hanno cercato in tutti i modi di ostacolare il varo della normativa avvalendosi dell’appoggio di una parte significativa del Parlamento.

In verità, siamo curiosi di vedere “come finirà” dato che gli attuali gestori potranno beneficiare di un punteggio aggiuntivo per l’esperienza maturata nel settore, per le capacità gestionali e per gli investimenti effettuati.

Qualche cifra chiarirà le ragioni della disputa esistente tra il nostro paese e l’Unione europea a causa della c.d. direttiva Bolkenstein (adottata dalla Commissione Europea nel 2006 e recepita dall’Italia nel 2010) che stabilisce l’obbligo di mettere al bando le concessioni in scadenza di spazi pubblici e di beni demaniali.

A causa della protesta degli imprenditori, tutti i governi italiani hanno disatteso la direttiva per cui, come spesso accade, la magistratura si è vista costretta a supplire all’inerzia della politica.

Da questi antefatti nasce la sentenza con cui il Consiglio di Stato, bocciando la legge di Bilancio del 2019 che prevedeva una proroga delle concessioni fino al 2034, ha obbligato il governo italiano a procedere alla vendita degli stabilimenti balneari tramite gara pubblica.

Dopo anni di proroghe del tutto ingiustificate, finalmente ci avviamo a mettere ordine in un settore che conta ben 29.689 concessioni e che, negli ultimi 15 anni, ha visto raddoppiare gli utili senza alcun beneficio per l’erario. Basti pensare che ben 21.581 concessionari hanno versato allo Stato meno di Eu 2.500 all’anno, come ha rilevato l’Agcm (il Garante della concorrenza) in una comunicazione formale indirizzata lo scorso febbraio al Governo.

Si capisce, pertanto, che nel nostro paese le concessioni di beni demaniali hanno goduto dei lauti favori della politica che ha sempre aggirato la direttiva europea costringendo l’Ue a promuovere l’ennesima procedura di infrazione nei nostri confronti.

Un paese bagnato dal mare, con un litorale di ben 8.300 km, non può continuare a gestire il patrimonio pubblico con quella logica clientelare che rappresenta un tratto identitario, tipicamente italiano, che non possiamo più fingere di ignorare.

Siamo davanti ad un esempio clamoroso di “mala gestio” di cui sono responsabili tutti i governi della Repubblica e, in particolare, quei ministri e quei premier di cui la stampa non esita tuttora a magnificare moralità e competenza.

Nessun imprenditore privato, neppure il più sprovveduto, avrebbe accettato di ricavare solo 115 milioni all’anno da un settore che, secondo Nomisma, è in grado di sviluppare un giro d’affari di almeno 15 miliardi, al lordo di una stima prudenziale delle entrate irregolari.

Siamo, pertanto, davanti ad uno degli esempi più macroscopici del modo in cui la nostra classe politica suole tutelare la cosa pubblica.

In verità, la vicenda che abbiamo raccontato rappresenta lo spaccato di una nazione che non ama interrogarsi su ciò che è realmente, al di là di ogni proterva autocelebrazione.

Per questa ragione non esitiamo a disprezzare l’Unione europea e chiunque altro osi mettere un discussione la verità di un paese nel quale, come diceva Enzo Biagi, “di legale è rimasta soltanto l’ora legale”. Tra poco, ahimè, non ci sarà neppure quella.

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