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Antonio Carpani “Il medico di famiglia” 

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Curare e prendersi cura sembrano sinonimi. Sembrano, ma non lo sono.

Curare può significare semplicemente somministrare un farmaco, prescrivere un esame, effettuare una visita, analizzare un referto. Il medico compie il suo dovere deontologico, il paziente ottempera alle sue indicazioni, in un rapporto formale, neutro, asettico.

Prendersi cura è tutt’altra cosa. Vuol dire interessarsi alla persona più che ai suoi malanni, avere a cuore il suo percorso esistenziale, prima che sanitario, instaurare un dialogo che va al di là di ricette e medicine. In altre parole, stabilire una relazione umana, ben oltre il contesto terapeutico.

Secondo il linguaggio della burocrazia, Antonio Carpani era il “medico curante” di tante persone. In realtà era colui che si prendeva cura di ognuna di loro, ciascuna considerata nella sua individualità. Lo faceva con la competenza acquisita attraverso gli studi, coltivata nella pratica e affinata al punto da capire rapidamente il problema e individuare la soluzione più idonea. Lo faceva con l’umanità che gli era propria, un mix di cordialità e genuinità, franchezza e bonomia, serietà e anche un pizzico di ironia, che non guastava. Lo faceva con la sensibilità che lo determinava ad accompagnare un paziente anche una volta terminata la necessità o l’urgenza. Lo faceva con la disponibilità che lo spingeva ad ampliare il ricevimento oltre gli orari stabiliti, a rispondere alle chiamate a tutte le ore, a recarsi a domicilio ogni volta che le circostanze lo richiedevano, anche mettendo a rischio la sua salute, come durante i drammatici mesi della pandemia.

Per questo la definizione migliore di Antonio è anche quella più classica: “medico di famiglia”. Perché per lui ogni paziente era come il componente di un’unica grande famiglia. E perché i suoi stessi pazienti, con il passare degli anni, arrivavano a considerarlo uno di famiglia.

Un medico si può rimpiazzare, una persona come Antonio no. Per lui il camice era il simbolo non di un mestiere o di una professione, ma di una missione. Una vocazione laica, seppur vissuta in modo autenticamente cristiano, che gli era stata trasmessa dal papà, il dottor Luigi, e che lui ora ha affidato alla figlia Alessia.

Grazie Antonio, mi permetto di scriverlo a nome di tutte le persone di cui ti sei preso cura. Sappiamo che continuerai a farlo, a cominciare dai tuoi cari.

Mauro Colombo

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