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IL FASCINO SENZA TEMPO DELLA PARIGI-ROUBAIX

 

Ci sono soprannomi ridicoli e nomignoli azzeccatissimi. L’appellativo di “Inferno del Nord” abbinato alla classica monumento “Parigi-Roubaix” è senz’ombra di dubbio uno degli accostamenti migliori che mente umana potesse mai partorire. Nata nel 1896, – e dunque coetanea delle Olimpiadi decoubertiniane – una delle gare di un giorno più prestigiose ci ha regalato nel 2021 un’edizione storica da conservare negli annali ad imperitura memoria.

L’insolita collocazione nel calendario mondiale (ad inizio ottobre anziché in primavera a ridosso della Pasqua), l’apertura alle donne a lungo attesa (due anni di rinvii tra pandemia e difficoltà organizzative), il tempo da lupi (più adatto al ciclocross che alle gare su strada) e due gare appassionanti sono, in sintesi, i punti chiave del sontuoso weekend datato 3 e 4 ottobre.

Riavvolgiamo il nastro e ricapitoliamo quanto successo. Le previsioni meteo moderne – si sa – sono pressoché infallibili. Promettevano una Roubaix bagnata e così è stato. La pioggia, caduta abbondantemente già da venerdì, ha ulteriormente incattivito il percorso. Sabato la gara femminile è stata un susseguirsi di cadute (sempre dolorose e, in alcuni casi, con serie conseguenze per le ossa delle atlete) e continui colpi di scena. Ha vinto il coraggio di mamma Elizabeth Armitstead, ormai da qualche anno signora Deignan, che ha scelto di attaccare prima che iniziasse il pavé. Un’intuizione geniale che ha permesso alla fuoriclasse britannica di variare il ritmo sulle pietre sconnesse, di scodare senza franare a terra, mentre gestiva con esperienza il cospicuo margine di vantaggio sulle inseguitrici. Dietro la battistrada si cadeva e ci si rialzava. Si attaccava o si era costretti a correre in difesa senza soluzione di continuità. Nel finale l’eterna olandese Marianne Vos e la tricolore Elisa Longo Borghini sono andate a prendersi di forza, nell’ordine, gli altri due posti sull’iconico podio. La prima volta non si scorda mai e la Roubaix inaugura le quote rosa dell’albo d’oro con un terzetto di campionesse di razza.

Piove anche per tutta la notte tra sabato e domenica, così gli uomini si ritrovano ad affrontare un pavé paludato e pericolosissimo. Nel 2021 gli sportivi italiani hanno inanellato successi a ripetizione. Quando Gianni Moscon, che da queste parti corre bene, se ne va tutto solo si comincia a fiutare l’impresa. Il trentino è tanto determinato quanto sfortunato: una foratura prima (con conseguente cambio bici) e uno scivolone poi, consentono agli immediati inseguitori di riagguantarlo. I tre nuovi leader della corsa sono l’olandese Mathieu Van der Poel, il belga Florian Vermeersch e il fresco campione europeo Sonny Colbrelli. Gente polivalente. Nel corso della stagione e della carriera c’è chi ha fatto cross e chi pista, due discipline che insegnano davvero a guidare la bicicletta. I tre danno vita ad un finale spettacolare con epilogo allo sprint. Tutti aspettano Van der Poel, ma la zampata vincente è italiana: Colbrelli vince la Roubaix. Un italiano sul primo gradino più alto del podio mancava dal 1999 (il toscano Tafi).

E’ finita! Il bresciano può smettere di pedalare. Scende, tremante ed incredulo, e leva al cielo il mezzo meccanico che lo ha accompagnato in questa avventura. Trasfigurato nell’estasi della gioia e letteralmente ricoperto da una maschera di fango dalla quale spuntano un sorriso e tante lacrime. Sopraffatto dall’emozione si getta sul prato del velodromo di Roubaix, una vera e propria cattedrale dello sport, e si rotola nell’erba. Ride, piange, lascia che le emozioni fluiscano spontanee. Una scena già vista due mesi prima a Tokyo, quando Gianmarco Tamberi ha vinto la prova olimpica del salto in alto. Sonny come Gianmarco: l’apice della carriera, la vittoria più bella, dopo tanta gavetta e una bella dose di sfortuna.

A pochi passi di distanza scorrono anche le lacrime di Van der Poel. Battuto e deluso, perché non vincere è pur sempre una sconfitta. Il ragazzo, che ho visto vincere in scioltezza l’europeo di ciclocross a Lucca nel 2011, non è più soltanto il nipotino di Poulidor, ma un campione affermato, perennemente affamato di vittorie. Era al debutto alla Roubaix, come del resto i due compagni di fuga, e voleva vincerla. Avrà tempo di rifarsi, Mathieu. Per adesso godiamoci questo podio di debuttanti al termine di una gara epica, quasi d’altri tempi. Perché la Parigi-Roubaix ha un fascino tutto suo.

Fabiano Ghilardi

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