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Opere pubbliche, un film già visto

Con il “decreto Semplificazioni” il governo ha deciso di lanciarsi nella sfida più improba che un esecutivo potesse mai conoscere, vale a dire, la riforma degli appalti pubblici. Nella storia del nostro paese le opere pubbliche rappresentano il piatto prelibato che ha sempre scatenato gli appetiti di partiti, mafie, camarille e di innumerevoli entità collaterali alla politica di cui non è sempre facile scorgere i veri profili. Si tratta di vere e proprie consorterie che si avvalgono, spesso, del supporto di figure prestigiose e insospettabili che offrono la propria competenza per avallare e legittimare operazioni spregiudicate dalle finalità non precisamente nobili.

Le opere pubbliche, pertanto, rappresentano storicamente l’abituale crocevia in cui, spesso, si danno convegno molte figure opache e discutibili dell’establishment italiano che non ha mai saputo (o voluto..) concepire una legislazione in grado di conferire trasparenza e speditezza alla realizzazione di un’opera pubblica.

Quando si lamenta il ruolo debordante della magistratura in questo settore, si tende a dimenticare che il potere di interdizione dei magistrati è da imputare esclusivamente ad un quadro normativo a maglie larghe che ha spesso favorito il malaffare il quale, in taluni casi, ha perfino co-gestito le fasi del concepimento di una normativa. Il Parlamento, quindi, è il vero responsabile di tutte le magagne che, in questi anni, abbiamo constatato nel campo delle opere pubbliche che, per l’importanza ed il ruolo da esse ricoperto, rappresentano uno spaccato dell’inefficienza dell’intera pubblica amministrazione.

La riforma degli appalti, pertanto, rappresenta il tema-chiave su cui si misurerà la capacità e il coraggio di un governo di mettere mani nell’apparato burocratico dello Stato che ha sempre costituito una sentina di vizi in stretta correlazione con la società civile di cui tende a riprodurre devianze e impurità. In proposito, nessuno può negare che esiste una sorta di osmosi tra burocrazia statale e corpo sociale che si sostanzia in favoritismi, tangenti, raccomandazioni, forme di clientelismo di cui tanti cittadini usano beneficiare senza remora alcuna.

Questa è una delle ragioni per cui nel nostro paese continua, ancora oggi, a divampare uno scontro senza fine tra magistratura e classe politica che non può certamente giovare all’immagine e allo stato di salute, già cagionevole, della nostra democrazia.

Occorre ammettere, altresì, che da quella stessa osmosi discende il silenzio complice del cittadino davanti alle lungaggini e ai ritardi che accompagnano il varo di un’opera pubblica.

Lo dimostrano alcuni dati che risultano, davvero, impressionanti. Ad esempio, sulla base delle rilevazioni dei Conti pubblici territoriali (ente che fa capo all’Agenzia per la coesione), la Valle d’Aosta è la regione che impiega più tempo per realizzare le opere pubbliche: in media, 6 anni e mezzo. A livello nazionale, in media, per la realizzazione di un’opera pubblica sono necessari 4,4 anni. Poi c’è un dato che risulta, perfino, grottesco: per essere ultimate, le opere che costano più di 100 milioni di euro hanno bisogno, in media, di 15,7 anni. In particolare, occorrono 6,3 anni per la progettazione, 1,67 per l’affidamento e 7,68 per l’esecuzione.

Se fossimo un paese serio, il cittadino si indignerebbe, sia per i ritardi che per le inchieste che hanno, sovente, ritardato la realizzazione delle opere. Nulla di tutto ciò: evidentemente, non siamo un paese serio. Il cittadino italiano è talmente assuefatto alle devianze del sistema degli appalti pubblici che, anche in occasione dell’ultimo provvedimento del Governo, ha accolto con sprezzante indifferenza che un decreto denominato “Semplificazioni” si componesse beffardamente di 495 pagine, di 266 articoli e di una selva infinita di commi. Potrà, pertanto, sembrare paradossale ma il governo Conte si accinge a lanciarsi in un’avventura titanica senza che il cittadino sia in grado di dimostrare alcun tipo di aspettativa. Accade questo perché si tratta di un film già visto, dell’ennesimo déjà vu che accompagna il mesto declino di un paese che ci riporta ad una celebre battuta di Enzo Biagi: “In Italia, di legale, è rimasta soltanto l’ora legale”. Chi vivrà, vedrà.

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