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Tutto ciò che occorre sapere sul prestito di Banca Intesa a Fca

Continua a suscitare polemiche la questione che ha per oggetto la garanzia pubblica del prestito di Eu 6,3 miliardi che Banca Intesa ha concesso a Fca Italy per la fusione con il gruppo francese Psa che comprende Peugeot e Citroen. A beneficio del lettore, sarebbe utile comprendere il perimetro di un’operazione che vede come beneficiaria una società italiana che, nel 2019, ha trasferito la propria sede fiscale in Gran Bretagna (Londra) e la sede legale in Olanda (Amsterdam). Fca spa, lo ricordiamo, è una società nata nel 2014 a seguito della fusione della Fiat con Chrysler: da qui l’acronimo Fca che sta per “Fiat Chrysler Automobiles”. La famiglia Agnelli controlla Fca attraverso la propria holding storica, Exor N.V. spa, la quale controlla, tra l’altro, la Juventus, la Ferrari e un bel gruzzolo di periodici: il gruppo Repubblica-L’Espresso, La Stampa, Il Secolo XIX, The Economist. Le polemiche di queste settimane nascono dalla richiesta di molti esponenti politici di subordinare la concessione della garanzia statale a due precise condizioni: a) alla totale estinzione dell’esposizione debitoria verso i fornitori; b) alla rinuncia a distribuire utili fino al 2023, data di scadenza del rimborso del prestito. Di contro, Fca si sarebbe impegnata a non distribuire dividendi solo per il 2020 dato che gli accordi di fusione intercorsi con Psa Groupe prevederebbero l’obbligo di corrispondere agli azionisti un extra-dividendo pari a 5,5 miliardi di euro. Sulla natura di questo “bonus” da ripartire agli azionisti sarebbe tuttora in corso una disputa tra il governo e i rappresentanti di Fca secondo i quali quell’importo, lungi dall’essere un dividendo, è una sorta di conguaglio con cui viene realizzata quella che, tecnicamente, viene definita “merger of equals” (fusione tra uguali) che consente di perfezionare una fusione tra due società con un peso finanziario differente. In pratica, poiché Fca è più grande e “vale” più di Peugeot, ai suoi azionisti verrebbe riconosciuto un corrispettivo per compensare il divario di valore che intercorre tra le due società. Questo sarebbe, in sostanza, il nodo gordiano di una trattativa che vedrebbe il nostro governo in grande difficoltà con uno dei protagonisti storici del capitalismo italiano che, dopo il matrimonio con Chrysler, si dice abbia dovuto subire la richiesta dei fondi americani di spostare la sede fiscale a Londra dove il dividendo dei soci viene tassato al 20% (anziché 26 come in Italia). Questa minore tassazione rappresenta, a sua volta, uno dei temi più controversi che hanno spinto una parte del mondo politico a chiedere che la garanzia pubblica al prestito erogato da Banca Intesa non fosse l’ennesima regalia alla famiglia Agnelli che, come sappiamo, in passato ha più volte goduto dei sussidi dello Stato senza mai assumersi l’obbligo di una vera controprestazione (basti pensare all’Alfa Romeo, nel 1988, o, più recentemente, al piano Marchionne). Tra i motivi della querelle, va annoverata l’asserita incompatibilità tra garanzia italiana e sede legale del gruppo. L’Olanda risulta essere, notoriamente, una nazione che non ha mai esitato a praticare politiche di dumping fiscale a danno dei partner europei contribuendo, con tale condotta, ad alimentare il vento sovranista che soffia sull’Unione europea la quale non ha mai voluto sanzionare i paesi “free rider” che, come sappiamo, continuano a prosperare grazie a questa forma di concorrenza sleale. Le scelte di Fca, pertanto, pur comprensibili nell’ottica di un mercato globale, rischiano di non essere avallate da una parte cospicua dell’opinione pubblica italiana che si sente defraudata dalla scelta del Lingotto di spostare a Londra la sede fiscale per le citate ragioni e, contestualmente, di fissare ad Amsterdam la sede legale in virtù dei vantaggi fiscali e normativi che la legislazione olandese garantisce ai soci stabili della società (rispetto alla legge italiana, questi soci beneficiano di maggiori diritti di voto). Detto questo, il problema che rischia di complicare l’intera operazione consiste nella preoccupante afasia con cui le parti tendono a glissare su un profilo dell’accordo di portata dirimente: che cosa succede se Fca non sarà in grado di rimborsare il prestito? Si tratta di una domanda legittima, se vogliamo perfino banale, alla quale finora né Governo, né Fca, hanno saputo fornire una risposta chiara, esauriente e, soprattutto, rasserenante per la collettività che, mai come questa volta, non intende più fare sconti ad una famiglia dalla quale si sente, anche a ragione, tradita: è, forse, un buon esempio lasciare in pasto al fisco italiano i propri lavoratori e rifugiarsi all’estero per proteggere i propri dividendi? Senza retorica, fare impresa non significa soltanto fare profitti: significa anche essere un modello di comportamento, di stile e di etica. Lo diceva Gianni Agnelli, l’Avvocato, il quale usava anche dire che “ciò che va bene alla Fiat, va bene anche all’Italia”. Spiace dirlo ma oggi non è più così.

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